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I partigiani della Casa di Carta

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Ci sono almeno tre motivi per apprezzare La casa di carta, serie TV spagnola targata Netflix ideata da Álex Pina. Il primo motivo è prettamente cinematografico. È una bella serie, ricca di tensione e colpi di scena. Ho letto alcune critiche su gruppi di cinema che seguo e, molte di esse, mi trovano in parte d’accordo. Effettivamente la sceneggiatura, in alcuni momenti, è un po’ ingenua; alcuni dialoghi sono discreti o, altrimenti, mediocri; altre volte, invece, assistiamo a comportamenti e atteggiamenti dei personaggi poco credibili. E tuttavia, nel complesso, ritengo che sia una buona serie, dimostrando che non solo Hollywood è capace di sfornare crime-drama ben confezionati. Certo, in questo genere gli Stati Uniti sono avanti anni luce ma per citare il Professore nella serie tra Brasile e Camerun tengo per il Camerun, si parteggia per il più debole. Personalmente, ritengo La casa di carta una serie da vedere assolutamente.

Gli altri due motivi sono più filosofici o, se non vogliamo scomodare troppo la filosofia, direi che la serie Tv spagnola lancia alcune idee estremamente interessanti: rubare alla zecca di Stato e la canzone partigiana Bella ciao.

Allarme spoiler: da questo momento in poi sarà rivelata parte della trama.

 

La casa di carta la casa di carta 

Rubare alla zecca di Stato

Cos’è una zecca di Stato? È innanzitutto un luogo, molto probabilmente un enorme edificio, appartenente allo Stato, ovvio. È poi un posto in cui si produce il denaro che successivamente verrà messo in circolazione. Fin qui non ci sono problemi. Il termine zecca deriva dall’arabo sikka che significa letteralmente conio e, in Europa, è la Banca Centrale Europea (BCE) che decide la quantità di denaro da stampare. Tuttavia, la stampa delle banconote è affidata per la maggior parte alle banche nazionali degli stati membri o a terzi autorizzati. Per cui, sebbene la BCE decide la quantità di banconote da mettere in circolazione, la stampa vera e propria è affidata ad ogni nazione con le proprie zecche di Stato.

La produzione di denaro in Spagna è affidata a La Real Casa de la Moneda (Fábrica Nacional de Moneda y Timbre) che ha uno stabilimento a Burgos e uno a Madrid. Ed è proprio la zecca di Madrid a fornire il palcoscenico per le due stagioni de La casa di carta.

Perché tutte queste precisazioni?

Perché, a mio avviso, il denaro non c’entra nulla. D’accordo, è la narrazione della più grande rapina mai effettuata. Ma ci sono alcuni indizi – e neanche tanto nascosti – che mostrano ulteriori letture rispetto alla semplice rapina.

L’ideatore dell’intero piano, il Professore, non è un criminale. Non un ladro, non un assassino, non un falsario, né un rapinatore di zecche. Assolda un manipolo di criminali per uno scopo più alto dei mille milioni di euro che alla fine porteranno via. Lo stesso Berlino afferma che il Professore è un idealista e, credo, dovremmo dargli credito.

Allora la questione diventa ideologica.

Nello scorrere delle puntante veniamo a conoscenza di qualche stralcio del passato del Professore, un ragazzino molto malato che doveva essere curato negli Stati Uniti a suon di dollari e dollari. I fatali anni in cui era disteso su un letto di ospedale lo hanno portato a leggere e studiare forsennatamente diventando così un cervello di prim’ordine. Ma il punto è che il padre del Professore (e di Berlino, scopriremo che sono fratelli) iniziò la sua carriera criminale, di rapinatore, proprio per avere il denaro per le cure del figlioletto gravemente malato. Finché non fu freddato in un conflitto a fuoco con la polizia.

 

La casa di carta la casa di carta 

Partigiani antisistema

Il sistema, lo Stato, il garante dei cittadini, volta le spalle ai suoi figli più deboli proprio quando questi ne hanno più bisogno. Il sistema capitalistico non fa altro che incantare le popolazioni con un benessere fasullo, mercificando tutto ciò che si può mercificare e aumentando sempre di più la distanza tra ricchi e poveri. «Se hai un soldo vali un soldo, se hai di più vali di più» diceva Petronio Arbitro nel Satyricon. Ed è proprio quello che è successo. Non avevano denari e perciò la vita del piccolo Sergio Marquina (il Professore) era in pericolo. Il sistema, al quale ogni giorno ci prostriamo come adepti di una setta, non ha mosso un dito.

L’attacco alla zecca, piuttosto che a una banca o altro, non è formulato dal Professore per i mille milioni di euro. Anzi, la cifra è così spaventosamente ridicola che dovrebbe metterci in allarme. L’attacco alla zecca è in primo luogo un attacco al centro del potere economico-finanziario europeo. Sono euro quelli che stampa la zecca spagnola e ogni altra zecca membra dell’Unione Europea.

La serie Tv di Álex Pina, quindi, non narra unicamente una banale rapina, quanto piuttosto una protesta veemente, una rivolta partigiana contro le lobby del potere, contro quel sistema economico mercificante e alienante che è l’unico vero sistema e che tiene in scacco le popolazioni. È un grido contro l’Europa, la BCE e il capitalismo finanziario. Il Professore, Berlino, Tokio, Mosca… ci dicono che siamo sotto una feroce dittatura economica ed è arrivato il momento della resistenza, del coraggio, della battaglia partigiana contro l’invasore finanziario. Ecco dunque l’inserirsi spontaneo della canzone partigiana Bella ciao nei tessuti della serie, come un filo rosso di cucitura che unisce più parti e danno a un semplice pezzo di stoffa una struttura.

Questo è il fiore del partigiano morto per la libertà

La canzone popolare Bella ciao all’interno della serie non fa altro che sottolineare questa chiave interpretativa. La rapina in quanto tale è l’espediente narrativo e avvincente della storia ma il nocciolo duro è il messaggio, è la protesta al tempio economico e la resistenza contro questo strapotere invasivo.

Una delle scene più emotivamente coinvolgenti è quella del flashback in cui il Professore e Berlino si trovano a cena, soli, il giorno prima del colpo (s01e13). Berlino dice al fratello che se le cose dovessero andare male lui deve scappare e, soprattutto, non cercare di salvarlo (annunciando, di fatto, il proprio destino). Il Professore gli risponde che non sa se potrà farlo perché loro sono «la resistenza» e la voce narrante fuori campo di Tokio insiste: «la vita del Professore girava intorno a un’unica idea: la resistenza». Un’unica idea. Non il denaro. Non la rapina. La resistenza. I due cominciano a cantare orgogliosamente la canzone Bella ciao, perché sono la resistenza! La resistenza spagnola contro il monolitico potere della BCE.

La resistenza fu quel movimento che combatté la guerra per la liberazione dal nazifascismo dopo l’armistizio di Cassibile, la scuola ce lo insegna fin dalle elementari. Definendosi «resistenza» e cantando Bella ciao, il Professore e Berlino alludono al fatto che si trovano di fronte a un nuovo tipo di nazifascismo; molto diverso dal precedente, certo, ma pur sempre un sistema oppressivo che invece della forza coercitiva dell’ideologia nazista e delle armi usa come apparato ideologico e coercitivo la stessa economia finanziaria.

Berlino e l’ispettrice Murillo

Ecco perché Berlino, nell’ultimo episodio della seconda stagione, muore. Deve morire. Berlino rappresenta simbolicamente il partigiano «morto per la libertà» della canzone Bella ciao. Si ferma, non scappa, resiste. Non attraversa il tunnel insieme agli altri, ma affronta il combattimento per permettere ai compagni la libertà. Si immola da partigiano. E mentre cade crivellato di colpi c’è ancora lei, la canzone partigiana, che fa da contraltare al rumore degli spari.

Non è forse questo che intuisce l’ispettrice Raquel Murillo nelle scene finali della serie? Non è forse la consapevolezza della resistenza condita con l’amore per il Professore che la fa desistere dal suo ruolo di funzionario di polizia? Ciò sembra essere testimoniato dal dialogo che la Murillo ha con il suo amico e collega Ángel Rubio dopo il suo risveglio dal coma. L’ispettrice ammette al collega di sapere dove si nasconde il Professore ma che non passerà l’informazione al comando di polizia perché – dice – «non so più chi sono i buoni e chi sono i cattivi» (s02e09).

Chi rappresenta, dunque, Raquel Murillo? Tutti noi. È la nostra rappresentate simbolica nella serie. Noi che siamo pronti ad incensare passivamente il sistema economico ogni giorno senza esitazioni, senza dubbi, perché siamo convinti che questo è leibnizianamente il «migliore dei mondi possibili»; e se anche non fosse il migliore, crediamo ciecamente che sia l’unico possibile, senza opportunità di poterlo cambiare, senza alternative. Invece, l’ispettrice Murillo ha cambiato mentalità riconoscendo in quegli uomini vestiti di rosso non dei semplici rapinatori ma dei partigiani antisistema. Forse è proprio questo cambio di mentalità che la serie tv ci invita a compiere.

Dedo
Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!