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Perché Ofelia è la sola figura che vale la propria morte

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Amo Ofelia, amo Shakespeare, amo Kate Winslet e, soprattutto, Kenneth Branagh.

Qualsiasi cosa faccia Kenneth Branagh per me è oro colato. Anche ciò che non gli è riuscito compiutamente è ammirevole.

Il merito più grande di Branagh, per il quale mi toglierei il cappello se lo avessi, è quello di aver impresso su celluloide la grande eredità letteraria che abbiamo alle spalle, soprattutto quella shakespeariana.

Nel 1996 Branagh diresse, sceneggiò e interpretò Hamlet di William Shakespeare. Un film che consiglio a tutti perché quasi identico all’opera del Bardo.

In questo articolo non voglio analizzare l’intera opera, né quella letteraria né quella cinematografica. Vorrei proporre un’interessante lettura tratta da Hamletica di Massimo Cacciari su un personaggio straordinario che spesso viene dimenticato: Ofelia. Ovviamente la lettura di Cacciari fa riferimento al testo teatrale di Shakespeare ma può essere traslata anche al film di Branagh.

Messaggio di spoiler: nonostante la storia sia oltremodo nota, inserisco ugualmente l’allerta spoiler, non si sa mai. Da questo momento in poi sarà rivelata parte della trama.

L’impossibilità di de-cidersi

La prima volta che lessi l’Amleto quasi non mi accorsi di Ofelia. La mia attenzione era rivolta ai fatti, all’azione galoppante che principia con l’apparizione dello spettro del re e che dà il via a una serie di eventi ineludibili, necessitanti, che finiranno in tragedia.

Poi ascoltai il brano omonimo di Guccini e iniziai a comprendere la complessità e l’importanza di questo straordinario personaggio, finché non mi capitò tra le mani l’Hamletica di Cacciari. Era il 2010, ricordo che pioveva quando uscii dalla libreria e non avevo neanche l’ombra di un ombrello.

La tesi di Cacciari è che Amleto (e tutte le altre figure, da Orazio a Polonio, dal re Claudio a Gertrude ecc.) è vittima di un passato che impone la sua forza nel presente. Lo spettro del padre è il «portante passato» che impone l’agire del futuro, fornisce i lacci che incatenano tutti i personaggi in un inesorabile destino.

Il fantasma non chiede di essere “redento”, ma di essere “continuato” – che la sua azione “incompiuta” venga da chi sopravvive portata a termine. Così soltanto il passato potrebbe “posare”. Ciò che è fatto produce la rete inestricabile delle condizioni in cui il fare attuale è “gettato” (Hamletica, p.15).

Questo significa che Amleto non de-cide. Le sue azioni sono frutto di un infinito concatenarsi del già-fatto e che lo spettro impone come legge storica. Ad Amleto non resta che la «rappresentazione della decisione», egli non può decidersi di agire e per questo agisce recitando. Amleto e tutti gli altri sono incatenati dagli eventi.

Ofelia è la sola figura che vale la propria morte

In questo preciso teatro di finzioni «irrompe qualcosa di inaudito», dice Cacciari, «una presenza che non illumina le tenebre, ma che le tenebre non possono catturare»: Ofelia.

Ofelia è l’autentica straniera, la vera “pura folle”. Ella è la sola figura che “vale” la propria morte. […] Gli altri crepano, ma nell’Amleto c’è chi muore: Ofelia (p. 36).

Ofelia è fuori dalla necessità e aperta alla possibilità. Il suo amore libero, incondizionato, che si dona senza esigere nulla in cambio è la possibilità che «non appare imprigionabile nel “play” generale». Certamente, come afferma il filosofo veneziano, Ofelia è usata da Amleto e dal padre Polonio, ma «ella “obbedisce” alla loro violenza come porgesse l’altra guancia».

Lei si dona tutta al suo amato Amleto. Vive in una pura agape. E la violenza che subisce è intollerabile. Amleto, imprigionato dalla catena degli eventi e cristallizzato nella parte scenica del “folle”, rifiuta questo straordinario dono d’amore, l’unico che potrebbe, in definitiva, liberarlo. Non c’è che una vera tragedia in tutta l’opera, la morte di Ofelia; perché unico personaggio, che davvero, si de-cide per essa. Tutti gli altri appartengono a una catena. Una scelta folle? Di una folle divenuta folle per amore? No, scelta dell’unico personaggio veramente libero.

Le parole di Amleto la violentano nel modo più odioso, ma non la uccidono. Lei lo fa: lei è l’unica a poterlo fare. Stretti intorno alla sua tomba, ma infinitamente lontani dal poterne cogliere il significato, a tutti gli altri non resta che la vergogna di dovere ancora to act, mentre lei, la fanciulla, la più debole, ha mostrato la forza di de-porre il proprio spirito. La “colpa” di Amleto si riflette nella decisione di Ofelia (p. 37).

La morte di Ofelia, nella sua inarrivabile innocenza e donatività, emette il giudizio sul mondo che l’ha avviluppata, grida con forza sulla storia e nella storia. Il suo amore è stato l’unico vero lampo nell’universo della vicenda. E tuttavia, l’universo della storia non ha riconosciuto tale bagliore. Il suo amore è scivolato via dalle mani di chi l’ha amata e non ha avuto l’accortezza di custodirlo. La morte di Ofelia «mostra l’incommensurabile miseria del mondo rispetto alla sua misura d’amore». Tutti recitano una parte, tranne lei, Ofelia, il suo amore è tremendamente vero come la sua morte. L’unico vero dramma della tragedia.

Bibliografia:

M. Cacciari, Hamletica, Adelphi, Milano 2009.

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Dedo
Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!