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Black Mirror: San Junipero non è a lieto fine

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Black Mirror è una straordinaria serie tv targata Netflix incentrata sostanzialmente sugli effetti della tecnologia sull’umanità. La bellezza di questa serie sta nel mostrare come la tecnologia, in un futuro molto prossimo, si intreccia talmente in profondità con la natura dell’essere umano da risultare spaventosa. La serie evidenzia i pericoli dell’assoluta potenza tecnologica sulla vita personale e sociale degli esseri umani.

Questo fil rouge, riscontrabile in ogni puntata, ci sbatte in faccia quanto l’uomo sia totalmente assoggettato alla tecnologia. La creatura più rilevante dell’uomo, la tecnica, diventa essa stessa padrone e demiurgo del suo creatore. Data questa linea narrativa dominante le puntante della serie si concludono in maniera terribile, spaventosa. Vado a memoria ma non ricordo happy end in questa serie antologica di Netflix. Tranne un caso.

Sto parlando ovviamente della nota e affascinate puntata San Junipero (03×04).

Allerta spoiler: da questo momento in poi sarà rivelata parte della trama dell’episodio.

In un futuro non troppo lontano, le persone hanno la possibilità di usufruire dei servizi di un’azienda che mette a disposizione l’opportunità di collegarsi a San Junipero; un luogo metafisico, extracorporeo, virtuale. Un supercomputer, se così si può dire, in cui la mente del soggetto viene scollegata dal corpo e riallacciata in uno spazio-tempo altro, in una realtà virtuale radicalmente realistica.

La storia narra di due giovani e belle donne che s’innamorano all’interno della realtà virtuale. Giovani e belle sì, ma solo dentro San Junipero. Fuori dalla macchina Yorkie e Kelly, questi i nomi delle due donne, sono ormai sul limitare della loro vita. Yorkie, per di più, è paralizzata da quarant’anni e vede in San Junipero la possibilità di essere e fare tutto ciò che non è stata e non ha potuto fare nella sua vita reale. Le due ragazze s’incontrano in San Junipero e s’innamorano. Yorkie convince Kelly a compiere il supremo atto di distinzione cartesiana tra corpo e mente e, se vogliamo scomodare un concetto platonico, trasmigrare la propria coscienza nel proprio avatar a San Junipero per sempre. In questo modo potranno vivere per sempre felici. Infatti, l’azienda mette a disposizione la possibilità di praticare una sorta di eutanasia del corpo e trasferire la propria coscienza nella macchina virtuale per l’eternità.

Questo è ciò che avviene.

Sembra proprio che la storia sia a lieto fine. Le due amanti, anziane, senza scopo nella vita – l’una paralizzata l’altra depressa per la morte del marito e il figlio – decidono di amarsi per sempre in un mondo fatto naturalmente per amare, privato del dolore. Non è un lieto fine da 10 e lode?

In San Junipero tutto è reale perché il programma agisce direttamente sui centri del cervello senza passare attraverso la mediazione del corpo; paradossalmente, questa immediatezza ricettiva fa di San Junipero un luogo più reale del reale stesso. Tuttavia, giacché è una realtà virtuale, programmata da super informatici, perché non edulcorare e aggiustare tutto ciò che c’è di sbagliato, osceno, guasto, della vita vera? Perché non emendare la realtà virtuale dal male della realtà reale? Così, in San Junipero non esiste la sofferenza, la condizione umana è privata dal dolore fisico ed esautorata dalla morte. Non si può soffrire fisicamente e non si può morire. Quant’è bello questo posto?

E se fosse proprio l’happy end la nota drammatica? Non è forse questo particolare lieto fine, il vivere felici e contenti in un modo privo di dolore, l’orrore supremo che l’episodio vuole raccontare? Non sarà che il lieto fine sia osceno proprio perché le protagoniste accettano di vivere una realtà depotenziata invece di affrontare la propria umanità?

La questione è: senza l’ostacolo della vita esiste davvero l’uomo? La realtà che viviamo ci ostacola, resiste alle nostre visioni, ai nostri progetti, alla nostra volontà. Il dolore, la malattia e la morte ci feriscono, ci disperano. Non sono forse anche questi elementi del reale che definiscono l’uomo? E se, togliendo proprio questi elementi dall’equazione, perdessimo l’essere umano così come lo conosciamo? E non è possibile leggere in questo episodio, in senso lato, la stessa società dei consumi che vuole privarci del dolore ma, paradossalmente, aumenta la disperazione? È forse un caso che gli psicofarmaci sono diventati naturali in occidente ma assolutamente fuori scena proprio in quei luoghi dove il dolore è più alto?

E allora lungi dall’essere a lieto fine, l’episodio San Junipero di Black Mirror, accodandosi alla scia degli altri appuntamenti della serie, risulta essere drammatico e fosco nella misura in cui la potenza tecnologica modella l’uomo a sua immagine e somiglianza. C’è un bel finale, ma non un lieto fine!

 

Dedo
Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!