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Leviathan e la Russia di Hobbes

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Leviathan (Russia, 2014) è un film del regista russo Andrei Zvyagintsev. Un regista russo che parla dell’attuale Russia come immensa macchina ineluttabile, un mostro enorme e terribile. C’è una granitica atmosfera di inevitabilità condita da sterminati e freddi paesaggi che ingigantiscono quel processo interiore – sia nei personaggi che nello spettatore – di profonda impossibilità di prendersi, decidersi, rivoltarsi. L’uomo è un verme attaccato all’amo di un rotante mulinello necessitante.

Allerta spoiler: da questo momento in poi sarà rivelata parte della trama.

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Il film è fin troppo didascalico, quasi manualistico, sul potere e il governo russo. Eppure trovo una bellezza, una poesia cruda, una profondità di pensiero e disperazione che mi ha fatto amare questo film. Una bellezza angosciante che fa male, che ferisce gli occhi e perturba l’anima.

Il riferimento al Leviatano biblico, il mostro marino contro il quale nessuno può avere la meglio se non il Signore, è senza dubbio presente. D’altronde il libro di Giobbe è uno dei più famosi e cinematograficamente più citati.

Puoi tu pescare il Leviatan con l’amo e tener ferma la sua lingua con una corda, ficcargli un giunco nelle narici e forargli la mascella con un uncino? (Giobbe 40,25).

No. Non puoi. Il Leviatano è la Cosa oltre l’uomo, la forza inesorabile, destinale, che tutto abbraccia e nessuno può sconfiggere se non Dio solo. Non ti puoi ribellare al suo potere, non puoi alzare la testa e convincerti che la vita sia esente dalla sua morsa inesorabile.

Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è re su tutte le fiere più superbe (Giobbe 40,25-26).

E allora la mastodontica carcassa di balena riversa su una secca non soltanto giustifica il titolo ma volge la pellicola nell’altra e più pregnante direzione interpretativa. Se nel libro di Giobbe c’è una speranza qui manca completamente. Le ossa della balena dicono che il Leviatan biblico è morto, non c’è più nessuna speranza, nessun Dio onnipotente che possa uccidere la creatura mostruosa. Tale creatura è già morta – o è sempre stata morta – sembra suggerire Zvyagintsev ma un’altra è posta all’orizzonte: lo stato hebbesiano.

Zvyagintsev mette in scena senza mezzi termini, didascalicamente, il Leviatano di Thomas Hobbes e la sua idea di stato forte e spaventoso. Lo stato per Hobbes deve essere come un terrificante mostro invincibile ma necessario; altrimenti, gli uomini, nello stato di natura, sono come lupi per gli altri uomini (homo homini lupus). Lo stato non deve venire mai meno per questo dev’essere fortissimo, granitico, micidiale, diversamente si ritorna nel caos originario della libertà assoluta e dell’assoluta violenza.

Kolija è un uomo semplice, testardo, senza dubbio irascibile ma onesto. Il sindaco vuole espropriargli la terra, la sua casa, strapparlo dai suoi affetti e dalle proprie radici. E allora come non parteggiare per Kolija? Qui subentra l’identificazione con il personaggio. Noi siamo Kolija. Il popolo onesto e lavoratore che subisce ingiustizie da parte dello stato, di un potere la cui ragion d’essere è servire il cittadino ma che si rivela intollerabilmente coercitivo trasformando gli uomini in sudditi. Kolija troverà aiuto in un amico avvocato di Mosca, compagno d’armi, che sulle prime sembra aver risolto tutto con la legge, senza pensare che il Leviatano è anche la Legge, diciamo la sua pelle spessa e corazzata.

Per quanto Kolija lotterà contro il sindaco non riuscirà a spuntarla poiché combattere il sindaco significa battagliare contro lo stesso Leviatano, fuor di metafora il sistema putiniano (le proverbiali inquadrature del sindaco sotto il quadro vigile e attento di Putin testimoniano proprio questo). Il film è l’esatto parallelo tra la Russia di Putin e la teoria politica di Thomas Hobbes. Zvyagintsev vedendo applicate nella Russia esattamente le formulazioni dello stato assolutistico di Hobbes opera una vera e propria sinossi tra il testo filosofico e la politica del suo paese traducendo il tutto in immagini cinematografiche.

Hobbes ha una visione antropologica assolutamente pessimista, l’uomo è naturalmente egoista e vuole per sé le cose degli altri. Questa bramosia antropologica fa sì che l’uomo sia un pericolo per i suoi simili tanto da generare incessanti guerre di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes). Per ovviare a questo problema gli individui stipulano un contratto in cui cedono la loro libertà al sovrano o allo stato assoluto in cambio della sicurezza.

La questione interessante (e nel film si evince con estrema chiarezza) è che lo Stato hobbesiano non è soggetto alle leggi che emana. Le leggi, fatte rispettare con la spada, sono assolutamente obbliganti per i cittadini/sudditi ma non per il sovrano, lo stato, il quale è al di sopra della legge. Difatti il sindaco, e quindi il potere dello stato putiniano, riuscirà a piegare il coriaceo Kolija soltanto oltrepassando i limiti della legge giacché la legge è al di sotto del potere. La legge è obbligante ma non per chi la emana.

Un altro elemento tipicamente hobbesiano ritratto nel film è lo stretto rapporto tra religione e potere statale. Allo stato assolutistico la religione serve, è molto utile per evitare contrasti e la temuta guerra civile e, secondo Hobbes, dev’essere inglobata nello stato. Sebbene nel film i due poteri sembrano indipendenti ma relati, possiamo percepire la critica del regista nei confronti della chiesa ortodossa Russa che, invece di combattere il potere assolutistico di Putin, ne diventa instrumentum regni. Non a caso, la terra espropriata a Kolija dal potere del Leviatano, è servita al sindaco per erigere una lussuosa chiesa ortodossa.

Koljia uscirà da questa vicenda profondamente lacerato, assorbito in un silenzio delirante, quasi incosciente, prodotto dai fatti, dal movimento mastodontico del Leviatano che ha tentato di sfidare per giustizia e puntiglio. Il film inchioda sulla croce la carne di Kolija, il corpo piagato dell’uomo comune che osa rompere il contratto sociale hobbesiano. Il Leviatano non si sfida, si patisce!

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Dedo
Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!