Filosofia del CinemaTecnica

Perché Il libro della giungla riguarda la tecnica

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Ho trovato Il libro della giungla, prodotto dalla Walt Disney, particolarmente adatto per una piccola riflessione sulla tecnica. Soprattutto nel novecento la filosofia si è interrogata sulla tecnica e il suo velocissimo sviluppo come fattore determinante per l’essere umano. La scienza e la tecnica, negli ultimi decenni, stanno allargando in maniera considerevole i propri orizzonti, aprendo scenari inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Quello che ieri era fantascienza oggi è una realtà concreta e domani chissà cosa dovremo aspettarci. La filosofia e il cinema si stanno interrogando sempre di più sul rapporto uomo-tecnica, disegnando, il più delle volte, panorami apocalittici.

La questione tecnica è davvero affascinante perciò ho deciso di trattare questo tema in più articoli facendo dialogare diversi filosofi con altrettanti film. In questo post Il libro della giungla dovrà vedersela con Platone. Vediamo che succede!

Spoiler: da questo momento in poi sarà rivelata parte della trama, se vuoi vedere il film ti consiglio di farlo adesso.

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Premessa

Una premessa mi sembra doverosa: non sto prendendo in esame i racconti di Rudyard Kipling da cui il film è tratto perché sono diversi dalle trasposizioni cinematografiche. Non prendo in esame nemmeno il cartone animato del 1967 (sempre della Walt Disney) perché ci sono alcune differenze per me abissali nonostante questo film venga considerato un remake del cartone animato.

Prendo in esame esclusivamente Il libro della giungla [qui] di Jon Favreau (Usa, 2016), film in live action che ho visto per puro caso senza avere in testa di scriverci su qualcosa. Invece, il film si è rivelato particolarmente filosofico per quanto riguarda il discorso sulla tecnica.

Essere esaustivi, anche producendo decine e decine di articoli sul tema, è impossibile. Tuttavia, provo ad inquadrare il problema e le successive strade di sviluppo.

Il libro della giungla come introduzione al discorso sulla tecnica

Perché Il libro della giungla? La risposta potrebbe essere “e perché no?”. Il film narra di un bambino, un “cucciolo d’uomo”, che per una serie di circostanze drammatiche e fortuite si trova a vivere in un branco di lupi nella giungla. Allevato e trattato come un lupo, Mowgli crescerà come un animale tra gli animali, come un soggetto che, a pieno titolo, fa parte di quel mondo di armonia naturale di cui l’uomo è, da tempo immemore, esautorato, fuoriuscito, separato. Lungi da essere un film animalista, Il libro della giungla esalta l’uomo e la sua tecnica. Ciò che noto è una visione del tutto antropocentrica.

Mowgli un bambino che vive con i lupi

Il film si apre con una gara di corsa nella fitta giungla tra Mowgli e la nera pantera Bagheera. Inevitabilmente, Mowgli perde la gara. Non può competere con la velocità, la rapidità, la potenza della pantera. Bagheera è un concentrato di esplosività ed eleganza, un armonioso fascio di muscoli concepiti per superare agilmente ostacoli e agguantare prede altrettanto veloci. Il film concettualizza immediatamente la condizione disastrata dell’essere umano sul piano fisico: l’uomo è assolutamente inadatto alla sopravvivenza; o, almeno, un certo tipo di sopravvivenza.

Lo spiega perfettamente la voce fuori campo di Bagheera mentre Mowgli torna mestamente nel branco:

Per poter sopravvivere aveva bisogno di appartenere a un popolo che lo proteggesse, ecco perché lo affidai ai lupi. Akela era un capo giusto e nobile, aveva permesso a Mowgli di restare con loro tutti quegli anni. Il guaio era che i lupi crescevano molto in fretta e Mowgli… Beh… diciamo che lui si prendeva i suoi tempi.

Bagheera non poteva essere più preciso. Mowgli vive con i lupi, si comporta come un lupo in un branco ma non è ontologicamente un lupo. Ha tempi biologici diversi, cresce e matura più lentamente e non ha la prestanza fisica di un lupo (senza contare tutte le altre qualità tipiche della specie come il fiuto).

La sopravvivenza in un mondo ostile

L’uomo condivide con gli animali il problema della sopravvivenza, ogni essere vivente ha l’imperativo biologico di rimanere vivo. Questo problema gli animali lo hanno risolto con una fortissima specializzazione ambientale. Perché un essere vivente prosperi e si riproduca è necessario che il maggior numero di schemi comportamentali e istintuali siano in perfetta corrispondenza con l’ambiente che abitano[1].

Un pinguino difficilmente riuscirà a sopravvivere nella savana, così un leone in Antartide. Questo perché le caratteristiche degli animali sono perfettamente sviluppate per un determinato ambiente e, in quell’ambiente specifico, sono estremamente efficaci nella sopravvivenza. Non è così per l’uomo.

L’uomo non ha alcun tipo di specializzazione e, difatti, è l’unico animale che popola ogni zona della terra, dai deserti più aridi alle fredde distese dell’artico. Un animale non potrebbe mai farlo a causa della sua imprescindibile specializzazione ambientale.

«La creatura biologicamente più forte è quella che riesce ad instaurare uno stretto rapporto comunicativo tra sé e la propria nicchia ecologica […]. Il problema è che un simile complesso di condizioni naturali già date non vi è modo di rinvenirlo nell’uomo […]. La caratteristica peculiare dell’essere umano è la sua non specializzazione»[2].

La non-specializzazione è proprio la “malattia” di cui soffre Mowgli. Il suo mancato specialismo lo rende completamente inadatto a sopravvivere nella giungla. Mowgli però potrà fare affidamento su una caratteristica essenzialmente umana (“troppo umana”) che, nel film, viene messa in assoluta evidenza: la tecnica. La tecnica permetterà a Mowgli non di adattarsi all’ambiente, come fanno i suoi compagni di branco e tutti gli animali, ma di piegare, adattare, rendere confortevole l’ambiente al suo essere-uomo. Perché? Perché così è l’uomo! Essendo sprovvisto di ogni qualità per sopravvivere nella realtà, ha l’eccellente qualità di trasformare la realtà per se stesso modificando l’ambiente.

L’uomo è essenzialmente tecnico. Dal primo bastone impugnato[3] alla pietra scheggiata, dal sasso scagliato con la mano all’arco che scocca frecce appuntite, alla spada, le palafitte, i mulini, l’aratro, le macchine fino ad arrivare alle astronavi di Star Trek (immagino che prima o poi ci si arrivi!), il cammino dell’uomo è lastricato dalla tecnica poiché la tecnica lo inabita. L’uomo è tecnico. Sembra che non si possa dire “ecco l’uomo” prima dell’avvento della tecnica.

Platone fu uno dei primi pensatori ad accorgersi di come la tecnica sia parte integrante, costitutiva, essenziale dell’essere-uomo e nel pensare che, senza la tecnica, l’uomo non avrebbe mai avuto la possibilità di sopravvivere.

  

Platone aveva capito il nocciolo della questione

Nel Protragora, dialogo tardo-giovanile di Platone, si mette a tema l’inconsistenza dell’insegnamento sofistico riguardo le virtù. Mentre Socrate e il sofista Protragora sono in piena discussione, Platone mette in bocca al sofista il mito della creazione degli esseri umani.

Quando venne il tempo delle stirpi mortali – racconta Protragora – gli dei assegnarono a Prometeo e a Epimeteo il compito di attribuire a ciascuna razza vivente delle qualità, delle caratteristiche utili per la sopravvivenza e la prosperità.

Epimeteo (che, guarda caso, letteralmente, significa “colui che si accorge in ritardo”; o, improvvido, imprudente, malaccorto) convince il fratello Prometeo (che, al contrario, significa “colui che vede prima”, preveggente, accorto, provvidente) di lasciare nelle sue mani il compito di ridistribuire tra tutti gli esseri viventi le qualità volute dagli dei al fine di creare un sistema naturale armonioso. Ed è, infatti, quello che accade.

Epimeteo ad alcune razze donò la forza senza velocità mentre ad altri animali, più deboli, donò la velocità come arma di difesa; ad altre razze animali dette potenti armi di difesa e offesa ad altre la capacità di sopravvivere sfuggendo da queste. Platone fa un elogio bellissimo della natura come perfetta armonia tra le parti in un tutto, come un organismo totale perfettamente autoregolante.

Tuttavia, il malaccorto Epimeteo, si dimentica dell’uomo:

«Se non che, non essendo un tipo molto accorto, Epimeteo, non s’avvide di aver speso tutte le facoltà con gli animali: gli restava ancora sprovvista la razza umana, e non sapeva trovare una soluzione»[4].

Prometeo, vista la situazione, si decide per rubare da Efesto la tecnica e da Atena l’ingegno per donarlo agli uomini. La tecnica è emblematicamente simbolizzata da Platone nel fuoco, il fuoco è simbolicamente il padre, la matrice, di ogni altra tecnica. Non è forse il “fiore rosso”, il fuoco, il motore che sospinge la narrazione del film? Non è dunque la tecnica simbolizzata dal fuoco che fa tremare Shere Khan e rende invidioso Re Luigi?

«[Prometeo] ruba ad Efesto e ad Atena la loro sapienza tecnica insieme al fuoco, perché senza il fuoco era impossibile acquisirla o utilizzarla, e così ne fa dono all’uomo. Grazie ad essa l’uomo possedeva la sapienza necessaria per sopravvivere»[5].

Da questo mythos raccontato da Platone si comprende benissimo il problema che anima tutto il film di Favreau. Mowgli è un essere umano che vive nella giungla. Essendo umano è assolutamente sprovvisto di qualità necessarie per la sopravvivenza; eccetto una, la sapienza tecnica. Mowgli verrà cercato o cacciato per questa sua intrinseca facoltà. Lo ripeto: non è forse il “fiore rosso” (fuoco-tecnica) che cerca Re Luigi da Mowgli? Non è forse per questo che la tigre gli dà la caccia?

L’incontro tra Baloo e Mowgli è strabiliante. Baloo vuole da Mowgli solo il suo ingegno tecnico per prendere il miele delle api (poi diventeranno amici, d’accordo!). Il capo delle scimmie, Re Luigi, vuole diventare un uomo, e come può farlo? Possedendo il segreto del “fiore rosso”, il fuoco; cioè apprendendo i segreti della tecnica. Si associa quindi l’essere dell’uomo al possesso della tecnica, poiché la tecnica è inscindibile dall’essenza umana.

La tecnica è il dominio dell’uomo sulla natura: Shere Khan aveva ragione

C’è qualcosa di estremamente interessante e straordinario negli avvenimenti che accadono, all’inizio del film, intorno alla “roccia della pace”. Bagheera racconta che essendo un periodo di lunga siccità, gli animali potevano abbeverarsi alla “roccia della pace”, l’unica fonte d’acqua disponibile, senza temere di essere attaccati e sbranati. Era la “tregua dell’acqua”, una sorta di armistizio tra animali per cause di forza maggiore.

Mentre gli animali si abbeverano allungando i loro colli nel pantano, Mowgli getta una specie di secchiello improvvisato attaccato a una corda per attingere la sua acqua come fosse un pozzo. Mowgli sta usando la tecnica per bere. Gli animali che assistono alla scena sono sbigottiti dicendosi gli uni agli altri “che cos’è?”.

A questo punto, la voce di Akela, il lupo capobranco, come un castrante Super-io interviene:

Akela: Mowgli ricordi la regola per i tuoi trucchi?

Mowgli: i lupi non fanno così.

Akela: niente più trucchi! Coraggio piccolo, faremo di te un bravo lupo.

Akela, considerato da Bagheera “giusto”, definisce la tecnica “trucchi”. Sono cose, diavolerie, artifici che gli animali non fanno. Sono stratagemmi che usano gli uomini e non possono trovare posto nella giungla. Sono invenzioni pericolose che gli animali temono e se Mowgli vuole restare nella giungla deve obbedire alla regola del “niente più trucchi”. Ma obbedire alla regola significa aggredire Mowgli nel suo essere, cioè snaturarlo. Perché Mowgli è un essere umano e la tecnica innerva ogni sua fibra, come già Platone aveva intuito.

Difatti, Akela, non riuscirà ad impedire a Mowgli di usare i suoi “trucchi”, non può impedirlo, giacché la tecnica è nell’uomo. Difatti, il ragazzo utilizzerà la tecnica durante tutto il film per tirarsi fuori dai guai e combattere Shere Khan. Sarà la tecnica a salvarlo dalle fauci della tigre.

L’ingresso di Shere Khan

Shere Khan, la tigre, rappresenta senz’altro il despota, il dittatore, il tiranno, colui che impone la propria volontà con la forza. La tigre ha una visione muscolare ed egoistica delle dinamiche della giungla, il suo fare e il suo dire possono essere accostati agilmente alle figure tetre dei grandi dittatori del novecento. E tuttavia, alla “roccia della pace”, è lui a ricordare la Legge della giungla ad Akela: «l’uomo è bandito!». Nonostante incarni il prototipo del tiranno, non riesco a dare del tutto torno alla tigre: l’uomo è pericoloso per loro, l’essere umano si è rivelato, nel corso dei secoli, un cancro per la natura. Non è forse lo stesso concetto che esprime l’agente Smith nel film Matrix?

Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi. Tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate. Vi moltiplicate finché ogni risorsa non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus[6].

L’essere umano è come un virus distruttivo per la Terra e Shere Khan è consapevole del potere distruttivo che l’uomo possiede nelle sue mani. «Il mio muso non ti ricorda cosa può fare un uomo adulto?» tuona la tigre. Nel seguito del film si mostra come il padre di Mowgli abbia bruciato con il fuoco la tigre. Fuoco che è da intendersi come la tecnica dell’uomo, come quella facoltà che piega la natura trasformandola secondo fini utilitaristici, come quella sapienza attiva capace di dominare il mondo della natura.

La tigre è contro l’uomo e la sua sapienza tecnica perché portatrice di morte e distruzione per il regno animale. Così Shere Khan si decide per l’eliminazione fisica di Mowgli, perché essendo un essere umano, un essere tecnico, è pericoloso per sé e per la giungla.

Shere Khan comprende che grazie alla tecnica (il fuoco) l’uomo è capace di ucciderli, dominarli, renderli schiavi. Non è forse questa la direzione che l’umanità ha imboccato soprattutto e in maniera massiccia dopo la sistematizzazione di Francis Bacon? È Bacon a mettere in evidenza la stretta correlazione tra scienza e la potenza umana, giacché conoscendo le leggi naturali l’uomo è capace di estendere infinitamente il suo dominio sul mondo [vedi anche: Spielberg Vs Bacone: Jurassic Park]. Afferma Bacon:

«La scienza e la potenza umana coincidono, perché l’ignoranza della causa preclude l’effetto, e alla natura si comanda solo ubbidendole»[7].

«[…] Ma se uno si sforza d’instaurare la potenza e il dominio di tutto il genere umano nell’universo, la sua ambizione (seppure la si deve chiamare così) è senza dubbio la più sana ed augusta»[8].

Lo scontro finale

L’epilogo del film è altrettanto emblematico. Per sconfiggere la tigre Mowgli, come nuovo Prometeo, ruba dal villaggio degli uomini il fuoco e torna nella giungla per affrontare la tigre con la tecnica delle tecniche, il “fiore rosso”. Nella corsa forsennata il “cucciolo d’uomo” appicca involontariamente il fuoco nella foresta facendo avverare così la profezia di Shere Kahan.

Quando sono faccia a faccia, la tigre fa notare come a causa del fuoco Mowgli è diventato nemico della giungla e tutti gli animali lo temono. Mowgli ha incendiato la foresta, la casa degli animali, e sta per usare la tecnica del fuoco contro Shere Khan, un animale.

«Il cucciolo d’uomo è un uomo ora» dice la tigre alla platea di animali opportunamente riunitasi per l’ultimo scontro. “Uomo” inteso come elemento negativo che distrugge tutto ciò che tocca attraverso il sapere tecnico. Il ragazzo, pentito, getta via la sua torcia infuocata e la tigre gli ricorda chi effettivamente Mowgli sia: «cosa più stupida non potevi fare, ora non hai niente: non hai artigli, non hai pelliccia, non hai denti e non hai amici». Ovviamente Mowgli si salverà grazie all’intervento degli altri animali e del suo ingegno tecnico con il quale farà precipitare la tigre nelle fiamme che divorano la giungla (ricordiamolo: incendio appiccato da Mowgli con un mal uso della tecnica!).

Tuttavia, Shere Khan, platonicamente, gli ricorda che lui è sprovvisto di tutto per poter sopravvivere e, gettando via il fuoco (la tecnica), non ha nessuna possibilità di dominio contro di lui. In effetti ha ragione, l’uomo senza la tecnica è assolutamente inerte contro le forze della natura; impersonate, in questo caso, dalla malefica tigre.

In un certo senso, la figura di Shere Khan va riabilitata. È un despota malvagio? Certamente è così che lo tratteggia il film, ma è anche l’ultimo baluardo contro il dominio tecnico dell’uomo. È il feroce combattente idealistico, colui che sale sopra le barricate con la bandiera in mano, l’eroe che tenta di tenere sotto scacco il potere degli uomini sulla natura. O, se non altro, è possibile fare anche questa lettura.

Conclusione: la sconfitta della natura

L’interpretazione corrente di questi film è che il despota, il dittatore, il “cattivo” di turno è sconfitto ripristinando la giustizia con la vittoria del Bene sul Male. Questa lettura che, in definitiva, c’è, esiste, è palese, trova asilo solo nella superficie del film. Se si scava in profondità la realtà è più torbida.

Da quanto abbiamo esposto finora, una lettura più approfondita suggerisce invece la sconfitta perfettamente compiuta della natura (in questo caso incarnata da Shere Khan) per mano della sapienza tecnica dell’uomo. Il non possedere caratteristiche specifiche («non hai artigli, non hai pelliccia, non hai denti…» dice la tigre a Mowgli) costringe l’uomo a sviluppare l’ingegno tecnico; il quale, potrebbe in definitiva rivolgersi contro il mondo e lo stesso uomo. Con questo non voglio demonizzare la tecnica; anche perché la tecnica è parte integrante della nostra natura e ha permesso all’umanità di sopravvivere in un mondo ostile e altamente specializzato. E tuttavia, non accompagnare il progresso scientifico e tecnico con un’etica altrettanto efficace potrà portare l’uomo sull’orlo del baratro.

Per questo motivo, allo stato attuale delle cose, alla fine del film gli animali non dovrebbero festeggiare e stare tranquilli vista la dipartita della tigre-tiranno perché c’è un despota ancora più pericoloso di Shere Khan che si staglia all’orizzonte e che grida ferocemente alle porte della giungla: l’uomo.

Il libro della giungla, Il libro della giungla, Il libro della giungla, Il libro della giungla, Il libro della giungla, Il libro della giungla, Il libro della giungla, Il libro della giungla.

Note:

[1] Cfr. C. M. Bellei, Violenza e genesi nell’ordine del politico. Una critica a René Girard, Bagnara Arsa (UD) 1999, p. 13.

[2] Ibidem, p. 14.

[3] Si pensi ad esempio alla memorabile scena di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick quando la scimmia, armeggiando con un osso, lo solleva alto e poi lo scaglia a terra con tutta la forza spaccando altre ossa; comprendendo, in quel momento,  che gli oggetti possono essere usati per i più disparati scopi. In quell’istante, sembra suggerire Kubrick, c’è un salto, un passaggio, una trasformazione. La scimmia non è più tale, è qualcosa di diverso, di estraneo alla sua natura precedente.

[4] Platone, Protragora, 321b-321c.

[5] Ibidem, 321d.

[6] Matrix (The Matrix), diretto da Lana e Lilly Wachowski, Usa-Au 1999.

[7] F. Bacon, Novum Organum, Vol. I, Laterza, Bari 1968, af. 3.

[8] Ibidem, af. 129.

 

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Dedo
Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!