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Collateral e la filosofia del presente

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Qualche tempo fa su Paramount Channel mi è capitato di vedere Collateral (2004) diretto da Micheal Mann con Tom Cruise e Jamie Foxx. Un buon film d’azione per passare due orette in tranquillità. Non ci sarebbe quasi niente da dire sennonché Umberto Curi ha trovato in questo film una sorta di parousìa cristiana al contrario. Secondo Curi la chiave filosofica sarebbe interpretare Vincent come un angelo sterminatore «piovuto dal cielo», uno «straniero» che ri-torna a ristabilire l’ordine delle cose e rispristinare l’equità della giustizia attraverso la vendetta.

Benché rispetti Curi come filosofo, la sua tesi di fondo non mi sembra convincente. Vediamo se la sua intelaiatura interpretativa regge.

Ma, a parte la critica a Curi, il film si presta benissimo a considerazioni esistenziali e può insegnarci un trucchetto per migliorare la qualità della nostra vita: vivere momento per momento.

Da questo punto in poi svelerò parte della trama. Se vuoi vedere il film ti consiglio di farlo adesso. Spoiler a seguire.

Non sappiamo chi è, da dove viene e perché

La vicenda si dipana in una Los Angeles peccaminosa e notturna. In una tranquilla serata come tante altre, Max (Jamie Foxx), un tassista, accetta la corsa di un uomo distinto, gentile e affabile che gli propone un affare: 600 dollari per accompagnarlo tutta la sera. Vincent (Tom Cruise), questo è il nome del passeggero, deve compiere un itinerario di cinque tappe alla fine del quale Max dovrà portarlo in aeroporto per tornarsene da dove è venuto. Già, ma da dove è venuto Vincent? Non si sa.

Nessuno sa da dove venga Vincent, il film non dice nulla della sua vita, sembra un uomo senza passato e per certi versi senza futuro. È un uomo che vive il presente, il momento, adattandosi darwinianamente alle situazioni.  Questa è la filosofia di Vincent, una filosofia del presente, che viene chiarita esplicitamente in alcuni dialoghi con Max.

Scopriremo che Vincent è un killer con cinque obiettivi da eliminare. È stato altre volte a Los Angeles, ma vi s’aggira come uno «straniero piovuto dal cielo» venuto a compiere una missione che lo trascende. Vincent viene ingaggiato da qualcuno che rimarrà sempre precluso alla nostra conoscenza come fosse una entità sovrannaturale.

Il dato certo è che Vincent è in città, una città in cui è già stato. Più che una venuta, è un ri-torno.

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Parousìa parousìa!

Con fin troppa disinvoltura Umberto Curi paragona questo ri-torno alla parousìa cristiana. Molti di voi sapranno di cosa sto parlando, ma per chi non lo sapesse la parousìa è un concetto teologico cristiano, molto più facile da capire che da scrivere. In sostanza, il cristianesimo crede che alla fine dei tempi Cristo ritornerà sulla terra per giudicarla secondo la volontà del Padre.

Per Curi, Vincent incarnerebbe in un certo senso questo assunto teologico. Ritorna a Los Angeles – nuova Babilonia – per compiere una missione affidatagli da qualcuno di cui non sappiamo nulla, che non si svela mai, di cui non possiamo proferire parola. Questo celato ente sembra avere le fattezze del Deus absconditus della tradizione metafisica cristiana. Sappiamo che c’è ma non possiamo indicarne la presenza. Vincent sembra incarnare il modello dell’angelo sterminatore investito di un mandato trascendente, con il compito di ristabilire la giustizia o un ordine prestabilito che era stato violato, disturbato, corrotto. Questa è sostanzialmente l’idea di Curi.

Tuttavia, non mi sembra che il paragone con la parousìa sia calzante. Innanzitutto Vincent è un killer, non un giudice. Il compito fondamentale del ritorno di Cristo è, appunto, quello di giudicare con equità tutta la terra, di ristabilire la giustizia facendo sì che i “buoni” abbiano un giudizio di risurrezione per la vita mentre i “cattivi” un giudizio di condanna e dannazione. Nella parousìa c’è il fondamento della giustizia e il ristabilimento dell’ordine di cui parla Curi, ma non nel film. Almeno io non lo vedo. Vincent non è un giudice. Non è venuto a fare giustizia. È un killer, spietato, inesorabile, molto bravo nel suo mestiere di liquidare persone. Vincent non è un giudice ma uno “squagliatore” di esistenze. Una falce che miete obiettivi. Non ha nessuna intenzione di riportare giustizia e pace sulla terra, ha soltanto nomi su una lista. Nomi che sono già necrologi nel momento stesso in cui li legge, perché quello è il suo mestiere: leggere una lista e uccidere. E lo fa molto bene, con efficacia disarmante. Nessuna domanda, nessuna esitazione, nessuno spasimo del giudizio, nessuna paura di errare. Non c’è giudizio: c’è una lista, c’è una morte e il lavoro è concluso.

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Vinc(e)nt-ense

Altro punto non convincente dell’ermeneutica di Curi è il tema della «vendetta» che il filosofo vuole a tutti i costi inserire nella trama. Il motore che spingerebbe Vincent nell’incedere senza esitazioni è la vendetta e non il denaro, di cui non si parla mai. Ciò sarebbe corroborato dallo stesso nome “Vincent”. Etimologicamente è vincint-ense, colui che vince con la spada, che Curi associa senza le dovute giustificazioni al termine Vindex (Vin-dex, colui che interviene ripristinando la dike, la giustizia). Afferma Curi:

Vindex è colui che rimedia ad uno squilibrio, che compensa, e dunque annulla, un’asimmetria. Del tutto irriducibile alla realizzazione di una sorta di giustizia privata, la parousìa di Vincent è viceversa finalizzata alla restaurazione di un ordine infranto.

Perciò la vendetta, il ristabilimento dell’ordine, non ha soltanto un valore privato ma cosmico e universale. Tuttavia, ripeto, io non vedo né vendetta né parousìa. Vincent non è spinto dall’altissimo e platonico ideale di una giustizia che, infranta dagli uomini, deve essere ristabilita a tutti i costi. Ciò che fa muovere i tacchi a Vincent è la lista. È il lavoro. Vincent è un killer al soldo di qualcuno e voler universalizzare questo punto significa perdere di vista l’essenza stessa di Vincent e della sua filosofia.

Inoltre, l’impostazione di Curi cozza terribilmente con l’ultimo e decisivo obiettivo da eliminare. La donna (di cui si invaghisce Max nell’incipit del film) che deve eliminare Vincent come ultimo target di missione è un procuratore della pubblica accusa che sta conducendo una seria indagine contro il crimine organizzato, portando alla sbarra numerosi criminali di spicco. Restaurare la giustizia significa quindi eliminare il procuratore? Da quel che si evince la donna è una procuratrice seria, onesta, con un senso del dovere accostabile a Falcone e Borsellino. Questa è l’idea di ripristino dell’ordine che ha in mente Curi? Vincent non sta ricercando la giustizia, sta eliminando personaggi scomodi per conto della mafia. E lo fa perché sa farlo, sa farlo perché ciò che fa è in linea con il suo essere: Vincent è un assassino!

La filosofia del killer

Una cosa è certa, lo spettatore è assolutamente affascinato da Vincent, relegando l’amorfo Max nel dimenticatoio. Diciamolo, siamo attratti da certi tipi di personaggi. Vorremmo essere come Vincent: intrepidi, inesorabili, mai banali, senza ansie e paure. Non dico di cavarsela magistralmente sfilando dalle mani la pistola a un balordo come fa Vincent in una scena del film, ma di avere in ogni momento quella presenza-a-se-stessi che ci fa capaci di affrontare la vita nel giusto modo, con la giusta positività e personalità. Quanto ci piacerebbe affrontare le giornate perseguendo ineludibilmente gli obiettivi che ci siamo proposti e modificarli in corsa, assertivamente ed efficacemente, quando qualcosa va storto, senza perdere la calma e la lucidità? Ecco, Vincent è un concentrato di tutte queste cose.

Beh, certo, per essere un killer professionista (come un agente segreto o altri lavori pericolosi) devi avere delle qualità intrinseche che ti portano a gestire ansie e difficoltà, altrimenti sei morto.

Eppure, da diversi dialoghi con Max, possiamo captare che Vincent non sia essenzialmente così. Voglio dire che, sebbene abbia una certa predisposizione a gestire difficoltà e ansie, molto derivi dalla prospettiva mentale che Vincent sussume; in altre parole, dalla sua filosofia di vita.

Per un incidente di percorso Max scopre che Vincent è un killer e capisce immediatamente che le cinque fermate pattuite diventeranno cinque omicidi.

Segue un dialogo tra Max e Vincent molto interessante:

Max: avevi detto che andavi a trovare degli amici.

Vincent: amici di qualcun altro.

M: no…

V: tu guidi il taxi e io faccio i miei giri. Se riesci a svangare la serata ti ritrovi con un sacco di soldi.

M: non è per farti incazzare ma io non posso farlo, non posso portarti in giro ad ammazzare la gente, non è il mio lavoro.

V: questa sera sì.

[…]

V: le cose stanno così: dovevi portarmi in giro e non sapere niente ma “Il Gordo” si è piazzato davanti alla finestra e ha fatto un bel tuffo. Siamo passati al piano B. Stai respirando? Dobbiamo farlo rendere al massimo, improvvisare, adattarci all’ambiente, Darwin; non so se hai capito, I Ching, quello che ti pare, dobbiamo seguire il flusso.

Soltanto da questo passaggio possiamo ammirare tutta la filosofia di Vincent. Non sorprende allora che riesca a rimanere calmo, determinato, imperturbabile di fronte a ogni situazione. Lui ha un piano, ma questo piano non è assolutamente incasellato dentro schemi rigidi. Non può farlo. Vincent sa che gli imprevisti della vita sono così innumerevoli da non poter essere calcolati, nemmeno euristicamente. Per cui quando qualcosa va storto: niente panico! Perché? Perché non serve a nulla porsi domande o dare alito a pensieri negativi del tipo: «ora cosa faccio?» oppure «perché a me?». L’unica cosa sensata da fare è accettare che la situazione è cambiata e adattarsi, rifunzionalizzare la mente per la nuova situazione: questo significa seguire il flusso.

Il flusso di cui parla Vincent è facilmente accostabile al destino, al fato o, se si vuole, al Dio degli stoici. Ecco, Vincent ha in sé il carattere dello stoico e anche le sue contraddizioni.

Per gli stoici tutti gli avvenimenti esterni della vita, che di solito ci producono scoramento e ansietà, devono diventare indifferenti. Praticando l’indifferenza si diventa indipendenti dal mondo e in questo modo liberi. La libertà per gli stoici è l’accettazione totale degli accadimenti, è l’abbracciare il divenire con serenità perché consapevoli che «questo è», senza l’illusoria speranza di poter cambiare il «flusso» – come lo chiama Vincent –, ma solo riadattarsi ad esso. Si è davvero virtuosi quando si impara ad accettare quello che succede e a capire che tutto fa parte di un flusso inarrestabile e necessario che gli esseri umani non possono cambiare, al massimo lo possono seguire. Vincent è un killer di professione e uno stoico per vocazione.

Il dialogo continua:

Max: I Ching? Ma come cavolo parli, hai buttato un uomo giù da una finestra!

Vincent: non l’ho buttato, è caduto.

M: e cosa ti aveva fatto?

V: come?

M: cosa ti aveva fatto?

V: niente, l’ho conosciuto questa sera.

M: l’hai visto una volta e l’hai ammazzato così?

V: devo uccidere le persone solo dopo che le ho conosciute?

M: no ma…

V: Max… siamo sei miliardi su questo pianeta e te la prendi così tanto per una persona qualunque?

M: ma chi è?

V: che te ne frega! Hai mai sentito parlare del Ruanda?

M: sì, so cos’è il Ruanda.

V: decine di migliaia di cadaveri prima che cali il sole. Mai così tanti morti in poco tempo dall’epoca di Nagasaki e Hiroshima, e hai battuto ciglio Max?

M: come?

V: ti sei iscritto ad Amnesty International, Oxfam, Save the Whale, Green Peace e roba simile? No! Io faccio fuori un grassone e tu ti fai venire un attacco isterico.

M: però non conosco nessuno del Ruanda!

V: e quello qui dietro lo conoscevi? [il cadavere era nel bagagliaio del taxi]

A quest’ultima provocazione Max non risponde. Se avete visto il film, avrete sicuramente notato l’azzeccata espressione di Tom Cruise quando risponde a Max «come?». Per Vincent, quella di Max è una domanda senza senso. Il volto di Cruise non è stupefatto o meravigliato, ma interdetto. Sembra non riuscire a decodificare l’interlocutore. Lui è un killer, uccide a pagamento. Nella sua cornice interpretativa una domanda come «che ti ha fatto?» è assolutamente nonsense. Mentre l’uomo “qualunque” Max ha bisogno di una ragione forte e irriducibile perché si possa mettere in atto un omicidio; per Vincent, invece, non dev’esserci un motivo così forte o obbligatorio, perché il suo particolare lavoro ha modificato il sistema etico ed interpretativo con cui si rapporta con la realtà.

Attenzione, Max non nega l’omicidio. Anche noi, se ci pensiamo bene non neghiamo l’omicidio in modo assoluto. In circostanze particolari, anche la legge civile (e morale) ammette attenuanti. Immaginiamo che la vita di un bambino sia minacciata da uno psicopatico e che la madre colga l’occasione unica di liberare il figlio uccidendo il folle, possiamo imputare questa madre di omicidio? Come minimo la nostra coscienza risulta molto più lassa nel giudicare questa donna.

Nel paradigma concettuale comune l’omicidio è giustamente aborrito. Difatti Max è sconvolto quando vede il cadavere del Gordo ucciso da Vincent. Eppure Vincent svela l’ipocrisia del nostro sentire comune.

Il dialogo infatti si ribalta. Questa volta è Max a dire «come?», ad essere interdetto, a non capire il modello ermeneutico messo in campo da Vincent. Max si sconvolge per quello che ha visto, gli manca il respiro, è balbettante; ma non batte ciglio dinanzi le atrocità compiute nel mondo dai governi, dalle multinazionali, dalle logiche di profitto che devastano la terra con guerre e disastri ambientali. Vincent sembra voler sottolineare l’ideologica ipocrisia delle nostre coscienze in cui risulta più rumorosamente fastidioso un solo morto che i genocidi nel Ruanda.

La questione per Vincent non è preoccuparsi del Ruanda, ma non preoccuparsi affatto. Tutto quello che accade è, per lo stoico Vincent, al di là delle forze e della comprensione del singolo uomo. Gli eventi del mondo sono strutturati secondo il flusso, secondo il divenire necessario e immutabile del mondo, per cui è inutile fossilizzarsi sull’eliminazione del Gordo tanto quanto patire per le morti della lontana Ruanda.

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Dedo

Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!