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Pulp Fiction è un vero e proprio capolavoro humiano

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Uno dei concetti più affascinanti e contro-intuitivi di tutta la storia della filosofia è quello di David Hume che, attraverso una critica eminentemente empirista, frantuma il concetto di causalità ritenendolo una proiezione della mente. In questo post cercherò di spiegare il concetto humiano attraverso la scomposizione temporale – e quindi causa-effettuale – operata da Quentin Tarantino come struttura essenziale di Pulp Fiction.

SPOILER. Da questo punto in poi sarà rivelata parte della trama, se vuoi recuperare il film prima di leggere l’articolo ti consiglio di farlo adesso.

La destrutturazione causale: dalle Iene a Pulp Fiction

Cosa c’è di più sicuro del principio di causa-effetto? A una data causa segue un determinato effetto. Tutto l’universo funziona così, non c’è dubbio, lo sanno anche i bambini. Se do un calcio a un pallone questo si muoverà in avanti, il movimento è l’effetto del mio calcio che ne è la causa. Assolutamente logico.

Ma ne siamo proprio certi? Stanno proprio così le cose?

Il filosofo argentino Julio Cabrera ci fa notare come già nel film Le iene il concetto di causa-effetto sia depotenziato.

A ben guardare infatti non c’è nessuna relazione causale tra le persone vestite di nero, spensieratamente sedute in un caffè disquisendo della “mancia alla cameriera”, e la scena contigua in cui uno di loro (Tim Roth) è seduto sul sedile posteriore di un’auto con la pancia bucata da proiettili. Certo, guardando la scena pensiamo subito che una causa ci sia stata, qualcuno gli ha sparato, ma questa causa non è possibile rintracciarla nella scena immediatamente precedente: «la causa qui non precede l’effetto mostrato». È la nostra mente a tenere insieme le scene congiungendole con una “causa”, qualunque essa sia.

Tarantino ci sta mostrando che la contiguità e la sequenzialità non sono sufficienti a rendere ragione della causalità; in altre parole, non si possono trovare le cause o le ragioni di un certo evento nella scena immediatamente precedente. In questo frangente Tarantino è humiano. David Hume sosteneva che è la nostra mente a determinare le cause dei fatti. Anche quando queste “mancano” (come nel caso del film) siamo noi ad aggiungerle.

 

La sequenza di Pulp Fiction

Questa tecnica narrativa tipica dei film tarantiniani è sviluppata al massimo grado in Pulp Fiction. Scomponendo l’ordine cronologico dei fatti e montando il film con salti temporali e narrativi Tarantino fa a meno del principio causa-effetto. E tuttavia il film rimane intellegibile per gli spettatori. Come mai? Come è possibile comprendere perfettamente la storia, i fatti, gli sviluppi narrativi, se le scene non sono correlate dal principio di causa-effetto?

Prendiamo ad esempio la sequenza che mostra gli avvenimenti in cui è presente Vincent Vega (John Travolta). È chiaro che tali sequenze contigue non sono affatto legate da un principio di causalità di avvenimenti, e tuttavia la nostra mente riesce a ricostruire i fatti legandoli causalmente.

Vediamo la sequenza.

La sequenza Vincent Vega

Vincent e Jules (“vestiti da iene”) vanno in un appartamento di ragazzi per recuperare una valigetta (la valigetta) e uccidono due ragazzi dopo che Jules recita il passo Ezechiele 25,17. Immediatamente dopo troviamo Vincent in maglietta e pantaloncini nel night di Marcellus Wallace, poi a comprare droga, farsi, e subito dopo ancora corre a prendere la moglie di Wallace per farla uscire.

Vincet (solo, perché Jules si converte e lascia il lavoro di gangster) riceve l’ordine di uccidere il pugile Butch e si reca a casa di quest’ultimo, ma Butch riesce a uccidere Vincent.

Ritroviamo Vincent, vivo e vegeto, nella continuazione della scena iniziale, nella stanza dei ragazzi drogati, dove uno di loro, nascosto, esce vuotando il revolver addosso a Jules che rimane miracolosamente illeso (e da qui inizierà la conversione di Jules). Tornando dall’appartamento dei ragazzi  in macchina, Vincent lascia partire un colpo accidentale e uccide il ragazzo seduto dietro. Per pulirsi e risolvere la situazione si fermano a casa di un amico e chiamano Mr. Wolff. Nella scena finale del film ritroviamo Vincent e Jules nella caffetteria dove verrà mostrata la continuazione della rapina con la quale il film si apre.

David Hume

Come possiamo facilmente notare, Vincent ci appare vivo dopo essere stato ucciso da Butch; ciò dimostra che la contiguità (o giustapposizione) non è una condizione necessaria per la causalità. Nel senso che se il principio di causa-effetto fosse assolutamente oggettivo a tutti i livelli non potremmo mai comprendere questo tipo di film, non riusciremmo a mettere i tasselli al loro posto. Riordinare il film con la “giusta” sequenza è possibile perché la catena causale è proiettata dalla nostra mente sul film e in questo modo tutto appare intellegibile, comprensibile e chiaro.

La tesi fondamentale di David Hume (1711-1776) è che il principio di causa-effetto non può essere conosciuto a priori, cioè col puro ragionamento, e non può essere oggettivamente dimostrato come necessario a posteriori.

Le palle di Hume

Per Hume infatti causa ed effetto sono due eventi diversi che non richiamano l’uno all’altro la necessità. Se vedessimo una palla da biliardo A andare contro un’altra palla B, possiamo senz’altro dire che la palla B si muoverà al contatto con la palla A, ma non sarebbe contraddittorio immaginare a priori (cioè senza che abbiamo mai avuto esperienza dell’urto tra palle) altri scenari; ad esempio, che le palle rimangano ferme. Solo l’esperienza ci dimostra che si verificherà una sola di tutte le opzioni possibili, ossia che il contatto con la biglia A faccia muovere la biglia B. L’esperienza ci illumina però sul passato, su ciò che è accaduto, e non su ciò che accadrà, per cui la relazione tra causa ed effetto rimane arbitraria e non necessaria. Che le relazioni di causa ed effetto osservabili in natura non possano mai cambiare è una nostra convinzione arbitraria per Hume, tutto ciò che sappiamo dall’esperienza è che da cause che ci appaiono simili ci aspettiamo effetti simili.

In altre parole, Hume esclude un nesso necessario tra causa ed effetto; è l’uomo che crea un collegamento necessario tra i due eventi, che, in realtà, sono contigui e non necessari. È l’abitudine a vedere rapporti di causa ed effetto simili tra loro che conducono l’uomo alla convinzione del legame necessario tra una causa A e un effetto B.

Dice a riguardo Emanuele Severino analizzando il testo humiano:

l’esperienza non attesta mai una qualsiasi qualità che leghi l’effetto alla causa e faccia del primo un’infallibile conseguenza dell’altra: l’esperienza attesta solo che l’uno segue l’altra. Il principio di causalità è dunque una congettura. La sua evidenza non ha valore logico, ma psicologico.

In altre parole, tra due eventi contigui non possiamo affatto essere sicuri che siano legati da forze necessarie e causali, è la mente che proietta a posteriori questo legame su due eventi contigui tra loro, come le palle da biliardo. È l’abitudine che spiega la congiunzione che noi stabiliamo tra i fatti, non la loro connessione necessaria, ineludibile, assolutamente determinata.

Conclusione

I film che alterano la catena causale possono essere visti come una sorta di esperimento humiano e ci danno modo di cogliere gli aspetti più significativi di questo contro-intuitivo concetto.

Lo spettatore, quindi, posto di fronte a un film che taglia la causalità dei fatti, non solo fornisce un supporto sintattico grazie alle proprietà della retina, ma anche un contributo semantico, rielaborando nella propria mente la “giusta” catena causale.

La domanda giusta da porre è se questi tipi di film possono dare una certa validità alla tesi humiana. In altre parole, la tesi di Hume, può essere corretta? È valida? I film che interrompono la catena causale abituale, se non possono dimostrare totalmente il contenuto concettuale humiano, dimostrano però che il concetto di causalità non è così assoluto e rigido come crediamo, esistono varie catene causali che si intersecano. Chiosa Julio Cabrera:

la nostra comprensione del mondo, sembra qui suggerirci il “linguaggio per immagini”, scaturisce dalla confluenza e dall’incrocio di diverse e molteplici catene causali, e non dall’abituale catena monodirezionale.

In altre parole, questi film ci insegnano che la catena causale è proiettata dalla nostra mente e in ragione di ciò può essere sostituita da altre catene causali. Se la causalità fosse assolutamente e rigidamente oggettiva, essa non potrebbe venire alterata senza compromettere il significato del film. Opere come quelle di Tarantino, Kieslowski e molti altri non potrebbero mai essere intellegibili. Non solo sarebbero prive di significato per chi le guarda; di più, non potrebbero essere prodotte, filmate e pensate.

Riprendiamo la sequenza Vincent Vega: Vincent viene ucciso da Butch, poi lo vediamo vivo per tutta l’ultima mezz’ora del film. Nessuno pensa che sia risuscitato, perché la mente dello spettatore proietta nel film la “corretta” catena causale, benché, nel film, sia completamente stravolta.

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Dedo

Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!