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Holy Smoke: maschile versus femminile

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Holy Smoke – Fuoco sacro (Usa, 1999) è un film in cui la regista australiana Jane Campion opera un faticoso spostamento tra due coppie di opposti. Dalla classica opposizione Oriente-Occidente, il film, arriva a mostrare, momento dopo momento, un’altra classica e famosa opposizione, quella tra maschile e femminile. Sarà riuscita la regista nel suo intento? Perché è così importante per la Campion sottolineare questa dicotomia? Proviamo a rispondere.

Come di consueto eccoci al messaggio di allerta: da qui in poi ci saranno SPOILER del film per cui ti consiglio di vederlo prima di continuare la lettura.

Bene, cominciamo.

Riprogrammate quella donna!

Ruth (Kate Winslet) è una ragazza australiana come tante altre. Una perfetta occidentale che filtra il mondo attraverso le categorie razionalistiche tipiche della nostra cultura,  sempre più vittima del nichilismo e del vuoto interiore, sballottati in una realtà in cui il valore ha perso di valore e la spiritualità è relegata nella sfera del favolistico. Forse per questo o per un semplice giro turistico che Ruth e una sua amica si trovano in India.

Cos’è l’India in questo film? Niente di meno che un paradigma, la massima espressione dell’assolutamente altro rispetto all’Occidente. Dai primi minuti del film è già palese quella dicotomia tra Oriente e Occidente che, lo ammetto, mi sembrava essere il fulcro del film. Mi sbagliavo! Ma andiamo con ordine.

Ruth convince l’amica a partecipare a un rito di una setta indù con la giustificazione, tutta occidentale, di vivere una «esperienza forte». L’uomo vuoto è sempre alla ricerca del nuovo, della forte sensazione che lo liberi dalla morsa della noia. Partecipano. E tuttavia, mentre la titubante amica resta salda nella “fede” occidentale, Ruth si abbandona completamente nelle mani della setta. L’amica, tornata in Australia, preoccupata racconta l’accaduto ai genitori che con uno stratagemma – anche piuttosto meschino – riescono a strapparla momentaneamente dall’India e dalle fauci del “santone”.

Ad attendere Ruth in Australia ci sarà un “deprogrammatore mentale”, ingaggiato dalla famiglia, con il compito di far rinsavire la ragazza e sciogliere qualsiasi legame con l’India. Ed è qui che la cosa si fa interessante. La regista inizia una lenta ma ineludibile traslazione che porterà la critica dell’opposizione Oriente-Occidente alla critica della dicotomia maschile-femminile.

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Critica all’opposizione Oriente-Occidente

Prima di addentrarci nella critica uomo-donna mi soffermo sulla critica che il film vuole dare anche sulla diade Oriente-Occidente.

Siamo portati a considerare l’Oriente come l’altrove. Un mondo completamente diverso dal nostro e per certi aspetti opposto. Nel pensare alla contrapposizione Oriente-Occidente vengono alla luce le varie dicotomie che la compongono: magia-scienza, arretratezza-civilizzazione, mistero-razionalità e così via. Spesso ci troviamo di fronte a un bivio non conciliabile. O si è per la forza spirituale e mistica dell’Oriente o per la razionalità scientifica dell’Occidente. Taluni, in certi momenti, hanno decantato la superiorità dell’Occidente, finanche fosse per i soli risultati tecnici e scientifici prodotti dall’uomo; altri, invece, hanno esaltato l’Oriente come dimensione pura e non oltraggiata dal processo di industrializzazione. Ecco, mentre tutti noi, consapevolmente o inconsapevolmente, prendiamo una posizione in merito, la pellicola ricusa una posizione netta, perché accusa entrambe le culture di essere fortemente maschiliste e che la dominazione del maschio ha prodotto in entrambi gli emisferi disuguaglianze sociali e di genere.

La Campion conduce una critica serrata al modello di vita formalistico occidentale che sotto la scorza del perbenismo riposa un mondo marcio, ipocrita e vuoto; ma critica altresì il modo orientale in cui il fanatismo delle sette riduce gli spiriti umani a invasate larve (soprattutto quando fanno vedere quel documentario contro le sette a Ruth).

E tuttavia, il film ruota maniacalmente sull’interazione che Ruth ha con il “deprogrammatore”  J. P. Waters (Harvey Keitel). Chiosa il filosofo Umberto Curi:

L’obiettivo perseguito è quello di usare la contrapposizione Oriente/Occidente […] per affrontare l’unica vera e radicale alterità che esclusivamente occupa, e non solo in questo film, l’interesse della sua ricerca [della regista], vale a dire il femminile versus il maschile.

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Critica all’opposizione uomo-donna

Veniamo al nocciolo del problema secondo la Campion. Il film denuncia problematizzando lo squallido mondo messo in piedi dal maschile. Sia in Oriente che in Occidente. Nulla è fuori dal deserto nichilistico, nessuna salvezza è all’orizzonte. Il desolante deserto australiano sembra specchio della desolazione dell’umano, della caduta di ogni valore, tanto da rievocare la sentenza nietzschiana del «Dio è morto».

Il mondo guidato da quei pessimi pastori che sono stati i maschi, e dunque questo coacervo di nefandezze rivoltanti, che ha condotto a quella che pare ora una strada senza uscita. «Dio è morto», nel senso che è tramontato quel kosmos che era stato costruito sulla supremazia maschile e sulla conseguente subordinazione della donna (U. Curi).

Dopo i fatidici tre giorni in cui Waters pensava di riprogrammare la ragazza e riportarla verso l’adeguata cultura Occidentale e familiare, la Campion compie una svolta interessante. La trama non viene banalizzata in modo che Waters “converta” la ragazza e dichiarare la vittoria dell’Occidente sull’Oriente. È Waters, il deprogrammatore a essere deprogrammato. Ma anche qui la trama non si riduce alla banalità della vittoria dell’induismo sul cristianesimo o dell’Oriente sull’Occidente. È la ragazza a vincere, inteso come sesso, come genere. È il femminile che vince sul maschile. Tanto che Ruth lo afferma gioiosamente: «ho vinto, ho vinto!». Qui la Campion riesce a spostare (forse un po’ a fatica) la polarità concettuale: è la vittoria del femminile sul controllo maschile.

Al termine dei tre giorni Ruth ha completamente e definitivamente soggiogato l’uomo che doveva riprogrammarla, dominarla e controllarla, instaurando così la sua supremazia femminile. La regista australiana sembra voler raffigurare un eventuale futuro in cui l’unica possibilità per l’essere umano è un cambio radicale di assetto, in cui l’uomo deponga il suo potere e il suo controllo e si assoggetti, finalmente, alla matura consapevolezza creatrice della donna.

Una donna vista davvero come physis, come potenza generativa, come forza incoercibile, capace di una sorta di maternità universale, in grado di ridare la vita ad un’umanità spenta e irreparabilmente decaduta (U. Curi).

Insomma, sulle macerie di una civiltà dominata dagli uomini si erge la figura redentrice della donna che potrà guidare l’umanità nelle sfide del prossimo futuro.

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Conclusione

Personalmente la visione della Campion mi appare troppo drastica. È del tutto vero che la dominazione maschile – innegabile – abbia condotto l’essere umano sull’orlo del baratro, ma non si comprende perché si deve far commettere alla donna lo stesso errore. Io credo che l’uomo e la donna siano complementari e non dicotomici. Maschile e Femminile hanno virtù e qualità diverse che devono cooperare insieme e a pari grado per innervare una società migliore attingendo ai guadagni biologici e culturali di entrambi i generi. Il problema, a mio avviso, è il voler soggiogare, dominare, controllare. Il potere in sé è pericoloso, sia nelle mani dell’uomo che della donna; in sostanza il potere, come tale, è pericoloso e ingestibile dall’essere umano: «il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente».

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Dedo

Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!