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La teologia di Codice Genesi

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Parliamo di Codice Genesi (The book of Eli), un film del 2010 diretto dai fratelli Hughes, ambientato in un futuro post-apocalittico con un profondo messaggio teologico. Se vuoi leggere la trama approfonditamente puoi farlo qui. Cercherò di proporre una interpretazione che tenga conto delle molte sfumature teologiche della pellicola.

Da questo momento in poi ci potrebbero essere spoiler, se non hai visto il film ti consiglio di recuperarlo.

Sei pronto? Si comincia.

La fede è una missione 

Il film può essere etichettato sicuramente come post-apocalittico, drammatico e d’azione ma un significato profondo esiste e non è così nascosto: la fede. Il protagonista, Eli, è un uomo di fede in un mondo in cui è necessario usare la spada. Spada e fede saranno ciò che accompagneranno Eli sul cammino ed è proprio il cammino ad essere al centro della vita del protagonista. Egli ha una missione difficile e pericolosa che interpreta come vocazione esistenziale e comandamento di Dio – ma non è così anche la stessa fede? Non è difficile e a tratti pericolosa? I primi cristiani patirono il martirio e anche oggi, in alcune zone del mondo, molte persone muoiono pur di non rinnegare le proprie profonde convinzioni.

L’ultima copia del Libro

Eli possiede l’ultima copia al mondo della Bibbia e il suo scopo vitale è portarla in salvo, in un luogo sicuro dove sarà custodita per sempre ma di cui ignora l’esatta ubicazione. Sa solo che deve procedere verso ovest perché la voce di Dio così disse. Non ti ricorda un po’ qualcuno? Qualcuno dell’Antico Testamento intendo.

Il Signore disse ad Abram: «vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gn 12,1).

Le similitudini sono molte: come Abramo, Eli sente la voce di Dio che gli dà una missione. «và», «parti», «mettiti in marcia» verso un luogo che ancora non sai e non ti è dato sapere, ma sono io, Dio, che te lo chiedo e di me puoi fidarti. Abramo è il padre della fede appunto perché partì senza esitazioni, si fidò. Così Eli. Prende con sé l’unica Bibbia rimasta al mondo e parte, senza remore, senza esitazioni perché si è fidato di Dio. La sua missione è dettata dalla fede, la fede è la sua missione.

C’è sempre un Villain

Durante il cammino verso ovest si ritrova fortuitamente (?) in una città fatiscente tiranneggiata da Carnegie, l’antagonista. La prima inquadratura di Carnegie è paradigmatica: sta leggendo un libro su Mussolini, perché ha l’intenzione di consolidare ed espandere il suo impero dominandolo con potere assoluto. Tuttavia, per far ciò, ha un bisogno ossessivo di trovare il Libro della Bibbia, non perché sia il libro di Dio o il testo di una fede importante andata perduta, ma perché sa che il Libro  – se usato in un certo modo –  può controllare la mente degli uomini e, di conseguenza, chi controlla gli uomini ha il potere assoluto. Un po’ come sosteneva Marx, che la religione è l’oppio dei popoli. Ed è appunto il potere che è in gioco qui. Il potere e la fede.

Il male e il bene: il potere e la fede 

Nel film si ripropone un vecchio topos della letteratura e della tradizione cinematografica, l’eterna lotta tra il bene e il male. Qui però il bene non è espressione di colui che porge l’altra guancia perché Eli si dimostra un abile guerriero che, se costretto, non esita ad uccidere chi lo sta minacciando. No, i due poli sono rappresentati dal potere (male) e fede (bene) ed entrambi cercano la parola di Dio. Questo punto è essenziale. Carnegie, il cattivo, vuole servirsi della parola di Dio per dominare, Eli invece vuole servire Dio e vivere nella sua parola portando a compimento la missione affidata. È come se il film ci stesse dicendo che la qualità della ricerca di Dio conta davvero molto. Non basta solo cercarlo, c’è da vedere come lo si cerca. Se lo si cerca per servirsene allora Dio non si lascerà trovare. Se invece lo si cerca per servirlo allora Dio si lascerà conoscere ma soprattutto lascerà che si conosca il progetto che ha in mente per ciascun uomo, la sua missione, la sua più alta vocazione: farà coincidere l’essere dell’uomo con la sua esistenza, proprio come Eli. Questo almeno è il senso della teologia cristiana.

Potere come male nel Vangelo

Il film intende mostrare come il potere e il male siano intimamente connaturati e non sulla base di un semplice arbitrio del regista, giacché è un tema presente anche nei Vangeli. Nelle tentazioni nel deserto il diavolo offre a Gesù tutto il potere e le ricchezze della Terra che il Nazareno puntualmente rifiuta (Cfr. Mt 4,8-10; Lc 4,5-8), ma perché il diavolo possa offrirli significa che sono già in suo possesso e li dà a chi vuole. Per l’autore del Vangelo quindi il potere è qualcosa nelle mani di Satana e chi vi ricorre è come se ricorresse al principe del male. Inoltre, anche Satana ricorre alla Scrittura per ingannare e dominare l’uomo e così Carnegie vuole la Bibbia per il medesimo motivo.

La cecità e la memoria

Alla fine del film si scopre che Eli è sempre stato cieco, esattamente quando Carnegie s’impossessa della Bibbia scritta in braille. Eli perde la Bibbia ma può ancora utilizzarla perché la conosce a memoria, dettandola, alla fine del film, ai copisti sopravvissuti. Carnegie ha la Bibbia ma non può servirsene. Cosa ci suggeriscono questi fatti? Torna alla mente quel passo meraviglioso del Piccolo Principe in cui si dice che «non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi». Carnegie vede ma non può vedere, Eli è cieco ma vede benissimo. Sono gli occhi della fede. Solara, scappata con lui dalla città di Carnegie, chiede ad Eli come fa a sapere che quella sia la direzione giusta. La risposta di Eli è emblematica:

camminiamo per fede e non per visione, vuol dire che tu sai qualcosa anche se non sai qualcosa.

Il non-vedente Eli vede più di quanto vedano certi vedenti! Nella Lettera agli Ebrei 11,1 si afferma che «la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono». Ed è quanto fa Eli. Lui ha una fede che gli illumina il cammino e il suo fondamento è la speranza: spera e crede in Dio!

Leggere per interiorizzare

Nelle ultime battute del film, quando Carnegie scopre che la Bibbia è in braille, Eli detta parola per parola la Bibbia ai copisti nel luogo scelto da Dio e finalmente raggiunto. L’interpretazione qui è quella dell’interiorizzazione vera della parola di Dio. Ovviamente, a chi vuol essere cristiano non viene chiesto di imparare tutta la Scrittura a memoria, sia chiaro, ma c’è sicuramente per il cristiano il dovere di leggerla e interiorizzarla, meditarla ruminando la parola di Dio. La Bibbia è ancora il libro più venduto al mondo ma anche il meno letto. Questo è il punto. Non basta avere il Libro, bisogna che il Libro sia dentro l’uomo e invada il suo cuore, poiché solo così è possibile «vedere» il Signore. Ripeto: questa è la teologia cristiana che in questo film viene fuori, non faccio l’apologetica di nessuna religione.

La provvidenza 

Tutto il film è impregnato della provvidenza di Dio, manco fosse il Manzoni! Scherzi a parte, la provvidenza è un altro tema centrale della teologia cattolica e, a quanto pare, anche del film. Eli, in un certo senso sarà protetto da Dio fino al momento in cui non avrà più bisogno di protezione. Solo così è possibile spiegare la sparatoria al centro della città in cui le pallottole di decine e decine di uomini neanche lo sfiorano. E lui stesso dirà a Solara di avere la protezione di Dio per la missione. E tuttavia, quando finalmente Carnegie gli spara ferendolo mortalmente Eli si rialza subito pensando che Dio avesse fatto il suo. Questa volta Dio non è con lui, lascia che Eli venga colpito: si accascia al suolo con il ventre bucato. L’interpretazione di Denzel Washington è straordinaria. Rendendosi conto di essere stato colpito, forse per la prima volta, sperimenta l’abbandono di Dio. Il volto dell’attore si contrae magistralmente non per il dolore ma perché Dio non interviene. Riecheggia qui, in tutta la sua potenza, il silenzio di Dio nell’orto degli ulivi e sulla croce. Gesù, nell’ora più angosciosa del suo mandato chiede al Padre di allontanare da lui quel terribile calice; ovvero, chiede di non affrontare la morte. Il Padre non parla, non risponde – forse per la prima volta. Abbandona il Figlio. Gesù, nonostante tutto,  continuerà quella via precedentemente tracciata dalla sua fede dicendo di fare non ciò che vuole ma ciò che vuole il Padre, seppur momentaneamente assente, silenzioso e lontano.

La strana vita dell’uomo di fede

Questo silenzio di Dio sperimentato dallo stesso Gesù è il paradigma della vita di fede quando il credente si sente abbandonato da Dio. Ed è qui che la fede si mostra per ciò che è. Gesù va avanti, corre verso il suo destino di croce nonostante il Padre non parli più e lo stesso farà Eli. E mi permetto: lo stesso dovrebbe fare anche il credente (o chi dice di esserlo)  quando prova l’abissale sprofondo del dolore e del peccato e il radicale silenzio di Dio. Del resto questo è un messaggio chiaro del cristianesimo: Dio non abbandona mai la sua creatura anche quando sembra che tutto è perduto.

Cooperazione degli uomini con Dio

Tuttavia Eli non muore subito, riesce con l’aiuto di Solara a raggiungere il luogo tanto desisderato. Secondo me, qui, in ballo, c’è il il famoso concetto teologico della cooperazione degli uomini con il Signore. Questo concetto è fondamentale nella teologia cattolica mentre è ricusato dal protestantesimo di matrice luterana.

Secondo la teologia cattolica Dio ha un progetto per ciascuno di noi e ci mostra i suoi segni durante il cammino. L’uomo è dunque chiamato ad “aiutare” il progetto di Dio attraverso l’amore e la collaborazione tra gli uomini. Solo così si potrà istaurare quel Regno di Dio sulla Terra predicato da Gesù di Nazareth nei Vangeli. Solara, stando con Eli, comprende le «ragioni della fede» e torna indietro per aiutarlo, per questo Dio non interviene quando Carnegie gli spara. Anche qui c’è la provvidenza, meno miracolistica, ma del tutto efficace e si manifesta con l’apporto di Solara: Dio si serve degli uomini come provvidenza. Dio si manifesta in molti modi e lo Spirito soffia dove vuole.

Conclusione

Il film in sé non è un capolavoro anche se è godibile da diversi punti di vista,  non ci si annoia! Eppure le implicazioni teologiche che emergono dalla pellicola lo rendono assolutamente interessante; sopratutto, per chi è credente o ha interesse nelle questioni teologiche, è assolutamente da vedere e meditare.

Il cast è di primissimo ordine e si vede. Più che una conclusione personale voglio riportare la preghiera che in punto di morte il protagonista rivolge a Dio perché dà la chiave di lettura più sicura del film:

O Signore, grazie di avermi dato la forza e la determinazione di portare a termine il compito che mi avevi affidato. Grazie di avermi guidato diretto e sincero attraverso i molti ostacoli sul mio camino e per avermi dato la determinazione quando tutto intorno sembrava perduto. Grazie della tua protezione e dei tanti segni lungo la strada. Grazie per il bene che posso aver compiuto e ti chiedo scusa per il male. Grazie per l’amica che ho trovato, veglia su di lei come hai vegliato su di me. Grazie di avermi finalmente permesso di riposare, sono molto stanco; ma ora vado verso il mio riposo in pace, sapendo di aver impiegato bene il mio tempo su questa Terra. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede.

L’ultima frase è ripresa dalla seconda lettera di Timoteo (4, 6-8) e nella logica del film, e ancor di più nella vita di un credente, riveste una importanza capitale: la buona battaglia è quella delle fede perché durante il cammino è facile perderla. Lo stesso Gesù si rivela preoccupato: «ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla Terra?» (Lc 18,8). La risposta può essere “sì” solo nel caso in cui i credenti combatteranno la buona battaglia come ha fatto Eli e come si appresterà a fare Solara che partirà per una nuova missione, o, almeno, così lascia intendere il regista nell’ultimissima inquadratura.

***

Avevo qualche titubanza nel pubblicare questo post perché le polemiche – spesso violente – tra atei e credenti mi danno veramente molto fastidio. Non capisco perché non si possa discutere in maniera sobria e civile di certi argomenti. Tuttavia volevo affrontare anche qualcosa relativo alla teologia e alla filosofia della religione per cui ho deciso di cimentarmi con questo film. Non escludo altri argomenti del genere. 

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Dedo

Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!