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Carpe Kant: l’etica ne “L’attimo fuggente”

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Chi non ha mai visto L’attimo fuggente? Se non lo avete visto fate mea culpa e correte subito a vederlo perché mostrerò come solo la morale kantiana avrebbe potuto salvare il professor Keating. L’attimo Fuggente (Dead Poets Society) è un film di Peter Weir del 1989 con protagonista il compianto Robin Williams ed è ormai considerato un cult nel suo genere. Ricordo che quando lo vidi con i miei amici iniziammo subito a scrivere poesie e  formare gruppi di lettura per emulare quello che facevano i protagonisti nel film. Scrivevamo dappertutto, finanche sulle porte dei bagni pubblici.

Come al solito lancio la segnaletica obbligatoria: Attenzione Spoiler!

Bene, se hai visto il film cominciamo.

Carpe Diem

Il film è ambientato negli anni ’50, in una scuola superiore del New England fortemente conservatrice, l’Accademia Welton, le cui parole d’ordine sono «Tradizione, Onore, Disciplina ed Eccellenza». I ragazzi sono tutti inquadrati nella rigida ideologia di quegli anni e dalla struttura inflessibilmente reazionaria della scuola. A sconvolgere questo granitico assetto è l’ingresso nel corpo docenti di John Keating (Robin Williams), professore di Letteratura straordinariamente originale con idee libertarie e in netta antitesi con i diktat dell’istituto.

Keating oltre a occuparsi di poesia e letteratura cerca in tutti i modi di insegnare ai suoi alunni qualcosa di ancora più importante: ragionare con la propria testa, essere liberi e creativi. I suoi cavalli di battaglia – poco kantiani in verità – sono «Carpe Diem» (cogli l’attimo) e «rendi speciale la tua vita» inseguendo le proprie passioni e vocazioni. Questo nuovo e sconcertante tipo di insegnamento – sostenuto da bizzarrie come far lezione fuori dall’aula o salire sulla cattedra – cattura la mente e il cuore dei ragazzi. Soprattutto Todd Anderson (Ethan Hawke) e Neil Perry (Robert Sean Leonard) resteranno folgorati dalla personalità dell’insegnante.

Immagino che tutti vorremmo un professore come John Keating, un insegnante che non si preoccupa solo di trasferire nozioni ma che abbia a cuore i nostri desideri, le nostre più dense passioni. Un insegnate che socraticamente aiuti a tirar fuori i nostri slanci, gli ardori; le più naturali attitudini dandoci gli strumenti per inseguirle. Tuttavia, questo tipo di insegnamento sarà osteggiato dalla scuola e finirà con l’espulsione di Keating.

Le conseguenze delle azioni

L’insegnamento di Keating genererà nei ragazzi un forte senso di irrequietezza e ribellione per quell’ambiente rigido. Knox Overstreet (Josh Charles) sfida con successo il pregiudizio che le belle ragazze siano esclusiva degli «stronzi» figli di papà, Charlie Dalton (Gale Hansen) sfida il rettore dell’istituto con una «telefonata di Dio» per ammettere le ragazze alla Welton e così via. Il problema però è la sfida che Neil ingaggia con l’autorità paterna. Il ragazzo è un eccellente studente ed è già immesso in quella strada voluta dal padre al fine di raggiungere un radioso e borghese futuro. Le lezioni di Keating fanno tuttavia emergere nel ragazzo i suoi più autentici e roventi impulsi: la recitazione e il palcoscenico. Sarà proprio questa tensione estrema tra le sue passioni e il divieto dell’autorità paterna di inseguirle che porterà al suicidio Neil.

La colpa del tragico evento sarà moralmente attribuita al professor Keating per aver messo «strane idee» in testa al ragazzo. Sarà espulso dalla scuola con disonore accademico. Per poter arrivare a questa decisione è necessario che l’Accademia adotti una visione etica di tipo consequenzialista-utilitarista. Ma cosa significa questo?

Teoria consequenzialista-utilitarista

L’utilitarismo è una teoria etica consequenzialista la quale afferma che una azione è giusta se tende a produrre la massima felicità possibile nel maggior numero di persone. Detto altrimenti, l’utilitarismo sposta il focus dell’azione morale sugli effetti che produce: se una azione produce più effetti positivi che negativi è giusta, altrimenti non lo è. Il compito di questa teoria è quello di pervenire a una morale oggettiva e sicura (l’oggettività è data dal calcolo degli effetti che una azione produce); e di separare l’azione morale dalle motivazioni di chi la compie. Non importa il perché faccio una cosa,  se questa produce effetti positivi sarà moralmente giusta a prescindere dalle motivazioni iniziali.

Da questo punto di vista l’Accademia Welton ha tutte le ragioni del mondo nel reputare Keating colpevole giacché non importano le nobili motivazioni, fatto sta che con le sue stravaganti lezioni ha portato Neil a ribellarsi all’autorità paterna e in fine al suicidio.

Il regista cade nella stessa trappola

Il problema della pellicola è che lo stesso regista usa questo tipo di etica. Nel film viene palesemente mostrato che la condanna di Keating è ingiusta perché Neil è stato vittima degli effetti che una società così rigida e conservatrice produce alle persone. Viene mostrato come una educazione così repressiva che non tenga conto delle esigenze interne degli alunni è fallimentare. E, per il regista, è proprio  questa forza oscurantista a determinare il suicidio di Neil. In poche parole la colpa è consequenziale alla società e alla scuola.

Ma questo modo di ragionare non assolve Keating. Difatti, come ho cercato di mostrare, lo stesso ragionamento è valido anche dal punto di vista dell’Accademia. È senza dubbio possibile affermare che se non ci fosse stato quel rigidismo Neil non si sarebbe suicidato, ma è altrettanto valido sostenere che se Keating non avesse mai messo piede in quella scuola Neil avrebbe finito le superiori continuando a scendere a patti con l’autorità paterna. Per cui, da questo punto di vista etico, non è possibile assolvere completamente Keating. Ha una parte di responsabilità. La sola etica che può assolvere completamente il nostro professore preferito è il tribunale kantiano.

L’etica kantiana

Per rubare una frase dal film so che preferireste sedervi sulla sedia del dentista piuttosto che fare Kant, però adesso vi tocca! In particolare la sua etica che può essere considerata sia motivazionale (basata sulle motivazioni o intenzioni di una azione) che deontologica (basata sul dovere). E già, soltanto da questo, possiamo intuire la profonda differenza con l’utilitarismo.

Nella Critica della ragion pratica Kant si preoccupa di rispondere al problema dell’agire, della morale. La ragione non serve solo a guidare la conoscenza ma anche l’azione dell’uomo. Kant è persuaso che esista una morale a priori scritta dentro l’uomo e valida per tutti sempre. Questa morale è un fatto di ragione, universale, autonoma (sta dentro l’uomo) e non deriva dall’esperienza (a priori). L’uomo con la sua libertà e volontà deve aderirvi per essere soggetto morale.

Ma come aderisce l’uomo a questa legge morale che risuona nel suo cuore? Kant pensa che una persona agisca moralmente se sopprime le proprie inclinazioni e fa ciò che è obbligato a fare compiendo il proprio dovere. Essere morali è perciò stesso un ubbidire al comandamento del «tu devi», all’imperativo categorico. Eccolo qui il famoso imperativo categorico! Esso impone al soggetto di agire in conformità alla legge morale.

Imperativo categorico

L’imperativo categorico è quel particolare principio pratico che rappresenta un’azione come necessaria per se stessa, senza relazione con nessun altro fine; altrimenti  sarebbe un imperativo ipotetico. In altri termini, se un’azione è pensata in vista di un qualsiasi fine è ipotetica (imperativo ipotetico); se invece è pensata come buona in sé, necessaria e conforme alla ragione, l’imperativo è categorico. Ma, per Kant, solo l’imperativo categorico che impone un «tu devi» assoluto possiede il vero distintivo universale della moralità. Il problema sta nel riconoscere quando un imperativo è categorico oppure no.

Le tre massime

L’imperativo categorico, in sostanza, comanda una regola che se applicata garantisce alle persone un comportamento assolutamente conforme alla legge morale iscritta dentro ciascuno. Kant propone tre formulazioni dell’imperativo categorico che ci consentono di stabilire se agiamo moralmente:

Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale

Questa prima formulazione ci dice che per verificare se un dato comportamento sia morale dovremmo generalizzalo, cioè esaminare l’azione particolare che stiamo compiendo o che vogliamo compiere e pensarla come universale, cioè per tutti. In altri termini, chiedersi cosa succederebbe se ciò che stiamo facendo lo facessero tutti. Se l’azione passa il test dell’universalizzazione allora possiamo stare tranquilli e dire che la nostra azione è assolutamente morale. Ad esempio: a volte è più utile e, per certi versi, più umano dire una menzogna piuttosto che la verità poiché ci consentirebbe di toglierci da qualche brutto imbarazzo oppure ci impedirebbe di far soffrire una persona. Tuttavia, per Kant, è sempre immorale mentire perché tale azione non passerebbe il test della universalizzazione: cosa succederebbe se tutti mentissero? un disastro sociale! Per cui l’azione del mentire non potrà mai essere morale.

 Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo

La seconda formulazione impone sempre di rispettare quella umanità che è in te stesso e negli altri evitando di trattare le persone come mezzo di egoismo. È un po’ come la massima «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». Il comando è di rispettare gli altri perché sono esseri razionali come noi  e, di conseguenza, vanno trattati come fini in se stessi e non come mezzi.

 La volontà non è semplicemente sottoposta alla legge, ma lo è in modo da dover essere considerata autolegislatrice, e solo a questo patto sottostà alla legge

Quest’ultima massima è correlata alla prima, dice in parte la stessa cosa. Tuttavia, l’accento qui cade sull’autonomia della volontà sostenendo che l’imperativo morale non è qualcosa di esterno all’uomo essendo generato dalla ragione e, sottomettendoci ad esso, non facciamo altro che obbedire a noi stessi.

Agire «per» dovere non «secondo» dovere

Kant è lontano anni luce dalla morale utilitaristica. Prova ne è il fatto che per Kant la motivazione per cui si agisce è di fondamentale importanza. Una persona è morale quando agisce in base al senso del dovere. Bene. Per cui, se anche mi comportassi esemplarmente bene ma con una motivazione sbagliata sto in realtà agendo immoralmente. Facciamo un esempio: se non rubo perché ritengo l’azione in sé sbagliata allora il mio non rubare è morale; ma se non rubo perché temo le ripercussione della legge, la galera o altro, anche se non rubassi neanche una caramella la mia azione non sarebbe affatto morale. Kant distingue infatti tra azione morale vera e propria che risponde all’imperativo categorico del dovere e l’azione prudenziale, che agisce, come abbiamo visto, in base al senso di prudenza (non rubo perché ho paura di finire in galera).

A questo punto inizia a evidenziarsi il motivo per il quale la morale kantiana possa salvare il nostro amato professore!

Il tribunale kantiano assolve il professor Keating

L’ingresso del professor Keating alla Welton risulta essere il motivo del girare di una ruota che gira. Non possiamo negare che lo sconvolgimento portato in quelle solide e tradizionali mura da questa sorta di santo anarchico sia uno dei motivi per i quali si mette in moto una serie di ingranaggi che porteranno al suicidio di Neil. Ora, come ho affermato in precedenza, dal punto di vista utilitarista non è possibile assolvere Keating perché per quanto possano essere nobili le sue motivazioni è indubbio che le sue scelte e i suoi comportamenti hanno influenzato le vite dei ragazzi producendo risultati gravi e, se si considerano i risultati finali  – come vuole l’utilitarismo -, allora la condanna a Keating non può essere scansata tanto facilmente come una palata di neve fresca in primavera.

Qui entra in gioco Kant. La morale kantiana è ciò di più lontano, siderale e antitetico che ci possa essere rispetto alla morale consequenzialista-utilitarista. In Kant, infatti, nessuno può essere condannato rispetto agli effetti prodotti da una azione. Nessuno può essere moralmente mandato alla forca per le conseguenze di un comportamento che ha prodotto risultati deplorevoli. Se si considerano «motivazione» e «dovere» allora il professor Keating va lodato perché il suo agire è stato estremamente buono e morale – almeno dal punto di vista kantiano. È evidente che i principi di libertà portati avanti dal professor Keating rispondono all’imperativo categorico, alla massima da generalizzare! Tutti dovrebbero essere liberi, emancipati, indipendenti. Tutto quello che spingeva Keating era favorire la crescita spirituale e creativa dei ragazzi, era donare consapevolezza a loro stessi come individui speciali, era far comprendere come la vita sia straordinaria proprio perché è unica e irripetibile (carpe diem). Ogni professore sa che in questo tipo di insegnamento c’è un rischio. Si rischia di mettere una pericolosa bomba nelle mani dei ragazzi, ma le motivazioni di Keating rimangono moralmente e razionalmente giustificabili.

Inoltre, l’insegnamento di Keating risulta essere molto vicino all’idea di illuminismo kantiano: «l’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso». Keating con il suo proverbiale insegnamento non fa altro che difendere questa tesi kantiana basata sull’autonomia di giudizio, la libertà e l’indipendenza. E anche di fronte a un evento tragico come la morte di un ragazzo il principio universale d’emancipazione non può mai venire intaccato.

Personalmente tendo a credere che sia questo il motivo per cui i ragazzi alla fine del film salutano il professor Keating salendo sul banco, nonostante il rettore (simbolo dell’autorità scolastica) sbraiti ai loro piedi. Solo i ragazzi che hanno vissuto sulla propria pelle gli insegnamenti e la persona-Keating possono capire e interiorizzare l’istanza morale del professore. Hanno capito le sue nobili motivazioni di fondo, hanno compreso l’imperativo categorico che soggiaceva dietro ogni azione dell’insegnante. Per questo lo hanno assolto. Per questo c’è stato quel saluto commovente e ribelle. Per questo il professor Keating non sarà mai dimenticato.

Solo con Kant John Keating può salvarsi, fuori di Kant l’espulsione e la condanna morale!

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Dedo

Il cinema pensa! E non lo fa solo nei film impegnati dei grandi auteurs. Ogni pellicola muove da un pensiero che tocca le corde più profonde del nostro sentire. In quanto tale, il cinema fa filosofia!